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Thursday, October 15, 2015

John Henry Newman
Sermon 1. Holiness Necessary for Future Blessedness 
"Holiness, without which no man shall see the Lord." Hebrews xii. 14.

Nay, I will venture to say more than this;—it is fearful, but it is right to say it;—that if we wished to imagine a punishment for an unholy, reprobate soul, we perhaps could not fancy a greater than to summon it to heaven. Heaven would be hell to an irreligious man. We know how unhappy we are apt to feel at present, when alone in the midst of strangers, or of men of different tastes and habits from ourselves. How miserable, for example, would it be to have to live in a foreign land, among a people whose faces we never saw before, and whose language we could not learn. And this is but a faint illustration of the loneliness of a man of earthly dispositions and tastes, thrust into the society of saints and angels. How forlorn would he wander through the courts of heaven! He would find no one like himself; he would see in every direction the marks {8} of God's holiness, and these would make him shudder. He would feel himself always in His presence. He could no longer turn his thoughts another way, as he does now, when conscience reproaches him. He would know that the Eternal Eye was ever upon him; and that Eye of holiness, which is joy and life to holy creatures, would seem to him an Eye of wrath and punishment. God cannot change His nature. Holy He must ever be. But while He is holy, no unholy soul can be happy in heaven. Fire does not inflame iron, but it inflames straw. It would cease to be fire if it did not. And so heaven itself would be fire to those, who would fain escape across the great gulf from the torments of hell. The finger of Lazarus would but increase their thirst. The very "heaven that is over their head" will be "brass" to them.

Friday, April 04, 2014

新福者ニューマンと信徒の地位・養成問題 — 糸永真一司教のカトリック時評

http://mr826.net/psi/blog/101125

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新福者ニューマンと信徒の地位・養成問題

作成者 P.Itonaga投稿日 2010年11月25日 00時00分 最終変更日時 2010年11月15日 16時13分
列福式を司式した教皇

さる9月19日、教皇ベネディクト16世は英国公式訪問の最終日、バーミンガムのコフトン・パークでのミサで、ジョン・ヘンリー・ニューマン枢機卿(1801-1890)を福者の列に加えた。なぜ今ニューマン枢機卿の列福なのか、その意味を考えてみよう。

正直言って、わたしはニューマン枢機卿について詳しいことは知らなかった。そこで、岡村祥子・川中なほ子編『J.H.ニューマンの現代性を探る』(南窓社2005年)を購入して読んだ。この本は、川中さんを会長とする日本ニューマン協会の20年にわたる研究の成果を10編の論文にまとめた好著である。
この本によると、枢機卿は英国国教会(聖公会)の家庭に生まれ、合理主義的な世界観と啓蒙思潮の影響を受けて育った。しかし、15歳にして福音主義の感化を受けて回心し、生涯独身の決意を固めた。そして、聖公会とカトリック教会との狭間で、教会の歴史研究から教会のカトリック性や使徒継承など、聖なる伝承に基づくエキュメニカルな刷新を求め、大学の理念や信徒の地位向上論など、現状認識からカトリック教会の近代化を訴えた。
1962年、第2バチカン公会議を招集した教皇ヨハネ23世は、「この公会議はニューマンの公会議である」と語ったという。これは、この本の執筆者の一人である西原廉太立教大学助教授の言であるが、もしこれが本当なら、教会刷新の父として、あるいは教会現代化の先駆者としてのニューマン枢機卿の役割がようやく結実の時を迎えたということであろう。今この小論で新福者の業績全体に触れるわけにはいかないので、その中から、教会における信徒の地位と役割に関する彼の主張を取り上げる。
44歳にしてローマ・カトリック教会に帰正したニューマンは、「教会は聖職者と信徒との共同体である」との信念から、あらゆる機会をとらえて信徒に対する尊敬と理解を表明し、生き生きとした教育のある信徒の重要性を説いてやまなかった。その一つの理由は、英国教会において信徒の位置と役割が重視されていたのに対し、カトリック教会においては、信徒の地位の低さと教育のなさに愕然としたからだという。
しかし、ニューマン枢機卿の訴えは、当時、歓迎されないばかりか、非難や抵抗に遭う。ようやく20世紀になって信徒神学が起こり、カトリック・アクションなどの信徒活動が推奨されるようになり、遂に第2バチカン公会議において信徒の地位と使命が解明された。まず、教会共同体において信徒は聖職者と平等の地位と尊厳を有することが宣言される。
「教会の中で、すべての人が聖性に招かれ、神の義のもとで同じ信仰を受けている。ある人々はキリストのみ旨によって他の人のための教師・秘義の管理者・牧者に立てられるのであるが、キリストのからだの建設に関するすべての信者に共通の尊厳と働きの点ではすべての人は平等である」(教会憲章32)。
信徒独自の使命については次のように述べる。「信徒によらなければ教会が地の塩となり得ない場所と環境において、教会を存在させ活動的なものとすることが、特に信徒に与えられた使命である」(教会憲章33)。
考えてみれば、18世紀以来、人類は近代合理主義や啓蒙思想の影響を受けて、人間理性の神からの独立志向や政教分離による国民国家の世俗主義(神離れ)が進む一方、信仰は公の場から締め出されて私的な世界に閉じ込められ、世間からいわば隔離された聖職者の影響は世の中、特に科学技術や政治や実業の世界には届かなくなった。だから、世俗社会の中にいる信徒たちの内側からの働きかけがなければ社会の福音化は進まない。ところがニューマン当時、そのための信徒の養成は行われず、聖職者の指導だけで十分だと考えられていた。この聖職者主義(clericalism )は、その後克服されたのだろうか。
ニューマンから一世紀、ヨハネ23世は、世俗の学問の発展に比べて信徒教育の出遅れを指摘せざるを得なかった。「あまりにもしばしば、多くのところで、宗教教育と一般の学問教育との間に均衡がなく、学問教育は高度に推し進められているのに、宗教教育は初歩の段階にとどまっている」(回勅『地上の平和』149以下参照)。これが平和回勅の言葉であること考えれば、専門知識と信仰の知識を併せ持つ高度に養成された信徒リーダーの不在ゆえに、二次にわたる世界大戦を食いとめることができず、世界平和構築に強いリーダーシップを取れなかったことへの痛切な反省の弁である。それからすでに半世紀。事態が抜本的に改善された証しはない。
ベネディクト16世は列福式の説教で新福者の信徒教育論を指摘したが(カトリック新聞の列福記事参照)、信徒養成について高邁な理想を掲げたニューマンを顕彰することが、今回の列福の一つの狙いであったことは間違いない。

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Sunday, September 18, 2011

Newman Dottore Della Coscienza

Dottore della coscienza. Osservatore Romano 18 sett 2011


Oggi è un termine spesso malinteso e così l'avvocata della verità nel nostro cuore,
"originario vicario di Cristo", è diventata un pretesto per legittimare ogni arbitrio
di HERMANN GEISSLER
Un anno fa, il 19 settembre 2010, Benedetto XVI ha proclamato beato il famoso teologo inglese John Henry Newman. Durante l'incontro natalizio con la Curia Romana, svoltosi il 20 dicembre 2010, il Papa parlava ancora una volta di Newman, richiamando tra l'altro l'attualità della sua concezione di coscienza: "Nel pensiero moderno, la parola "coscienza" significa che in materia di morale e di religione, la dimensione soggettiva, l'individuo, costituisce l'ultima istanza della decisione. La concezione che Newman ha della coscienza è diametralmente opposta. Per lui "coscienza" significa la capacità di verità dell'uomo: la capacità di riconoscere proprio negli ambiti decisivi della sua esistenza - religione e morale - una verità, "la" verità. La coscienza, la capacità dell'uomo di riconoscere la verità, gli impone con ciò, al tempo stesso, il dovere di incamminarsi verso la verità, di cercarla e di sottomettersi ad essa laddove la incontra. Coscienza è capacità di verità, e obbedienza nei confronti della verità, che si mostra all'uomo che cerca col cuore aperto. Il cammino delle conversioni di Newman è un cammino della coscienza - un cammino non della soggettività che si afferma, ma, proprio al contrario, dell'obbedienza verso la verità che, a passo a passo, si apriva a lui".
Newman fece l'esperienza che coscienza e verità si appartengono, si sostengono e si illuminano a vicenda, che l'obbedienza alla coscienza conduce all'obbedienza alla verità. Ricorrendo spesso alla propria esperienza, il pensiero di Newman sulla coscienza è moderno e personalistico, caratterizzato da un'evidente impronta agostiniana. Per entrare nella questione, occorre all'inizio descrivere brevemente il significato della coscienza secondo Newman.
Con il tempo il termine coscienza ha assunto molteplici significati, che in parte sono anche contraddittori tra di loro. Newman - si legge in Sermon Notes - descrive il motivo centrale per questi contrasti con le seguenti parole: "Quanto alla coscienza, esistono due modalità per l'uomo nel seguirla. Nella prima la coscienza forma soltanto una specie di intuito verso ciò che è opportuno, una tendenza che ci raccomanda l'una o l'altra cosa. Nella seconda è l'eco della voce di Dio. Ora tutto dipende da questa differenza. La prima via non è quella della fede, la seconda lo è".
Nella celebre Lettera al Duca di Norfolk (1874) Newman approfondisce questa tematica. Scrive al riguardo: "Quando gli uomini si appellano ai diritti della coscienza, non intendono assolutamente i diritti del Creatore, né il dovere che, tanto nel pensiero come nell'azione, la creatura ha verso di Lui. Essi intendono il diritto di pensare, parlare, scrivere e agire secondo il proprio giudizio e il proprio umore senza darsi alcun pensiero di Dio (...) La coscienza ha diritti perché ha doveri; ma al giorno d'oggi, per una buona parte della gente, il diritto e la libertà di coscienza consistono proprio nello sbarazzarsi della coscienza, nell'ignorare il Legislatore e Giudice, nell'essere indipendenti da obblighi che non si vedono. Consiste nella libertà di abbracciare o meno una religione (...) La coscienza è una severa consigliera, ma in questo secolo è stata rimpiazzata da una contraffazione, di cui i diciotto secoli passati non avevano mai sentito parlare o dalla quale, se ne avessero sentito, non si sarebbero mai lasciati ingannare: è il diritto di agire a proprio piacimento".
Questa descrizione vale sostanzialmente anche per il nostro tempo: la coscienza è oggi spesso confusa con l'opinione personale, il sentimento soggettivo, l'arbitrio. Per molti non significa più la responsabilità della creatura nei confronti dell'Altro, ma la totale indipendenza, l'assoluta autonomia, la pura soggettività. Il santuario della coscienza è stato "desacralizzato". La responsabilità nei confronti dell'Altro è stata bandita dalla coscienza. Le conseguenze di quest'interpretazione secolarizzata della coscienza ci stanno dolorosamente davanti agli occhi. Emancipandosi dalla responsabilità nei confronti di Dio, infatti, l'uomo tende a segregarsi anche dal prossimo. Vive nel mondo del proprio Io, spesso senza prendersi cura dell'altro, senza interessarsi dell'altro, senza sentirsi corresponsabile per l'altro. Il puro individualismo, la ricerca illimitata del piacere e del potere e il gradimento senza limiti oscurano il mondo e fanno sempre più difficile la convivenza pacifica tra gli uomini.
Newman invece difende decisamente il significato trascendente della coscienza.
Per lui la coscienza non è una realtà puramente autonoma, ma essenzialmente teocentrica - un "santuario" nel quale l'Altro si rivolge personalmente ad ogni singola anima. Con i grandi dottori della Chiesa egli conferma che il Creatore ha impresso nella creatura ragionevole la sua legge. "Questa legge, in quanto è percepita dalla mente dei singoli uomini, si chiama "coscienza" e benché possa subire rifrazioni diverse passando attraverso l'intelligenza di ogni essere umano, non ne viene per questo intaccata al punto da perdere il suo carattere di legge divina, ma mantiene ancora, come tale, il diritto ad essere obbedita".
Newman stesso descrive il significato e la dignità della coscienza con parole meravigliose: "La norma e la misura del dovere non è l'utilità, né la convenienza, né la felicità del maggior numero di persone, né la ragion di Stato, né l'opportunità, né l'ordine o il pulchrum. La coscienza non è un egoismo lungimirante, né il desiderio di essere coerenti con se stessi, bensì la messaggera di Colui, il quale, sia nel mondo della natura, sia in quello della grazia, ci parla dietro un velo e ci ammaestra e ci governa per mezzo dei suoi rappresentanti. La coscienza è l'originario vicario di Cristo, profetica nelle sue parole, sovrana nella sua perentorietà, sacerdotale nelle sue benedizioni e nei suoi anatemi; e se mai potesse venir meno nella Chiesa l'eterno sacerdozio, nella coscienza rimarrebbe il principio sacerdotale ed essa ne avrebbe il dominio".
Nella coscienza l'uomo non sente solo la voce del proprio Io. Newman paragona la coscienza con un messaggero di Dio che ci parla come dietro un velo. Osa persino chiamare la coscienza l'originario vicario di Cristo e di ascriverle i tre "uffici" messianici del profeta, del re e del sacerdote. La coscienza è profeta in quanto ci predice se un'azione è buona o no; è re perché ci comanda con autorevolezza: fa questo, evita quest'altro; è sacerdote in quanto ci "benedice" dopo aver compiuto un'azione buona - ciò significa non solo l'esperienza gratificante della buona coscienza, ma anche la benedizione che il bene comporta sempre per l'uomo e per il mondo - oppure ci "condanna" dopo un'azione cattiva - ciò è espressione della coscienza cattiva e delle conseguenze negative del peccato sull'uomo e sulla società. Per noi è importante che, secondo Newman, la coscienza è essenzialmente collegata con la responsabilità nei confronti dell'Altro, in quanto costituisce un principio iscritto nella natura di ogni uomo che richiede obbedienza, deve essere formato e rinvia al di sopra di noi stessi - verso Dio, per il bene proprio e altrui. Nel suo capolavoro Grammatica dell'assenso (1870) cerca di elaborare una "prova" di Dio a partire dall'esperienza della coscienza. Analizzando l'esperienza della coscienza, distingue tra il "senso morale" (moral sense) e il "senso del dovere" (sense of duty). Con il senso morale intende il giudizio della ragione sulla bontà o malvagità di una determinata azione. Il senso del dovere invece è il comando autorevole di compiere l'azione riconosciuta come buona e di evitare quella riconosciuta come cattiva. Nelle sue riflessioni Newman parte soprattutto da questo secondo aspetto dell'esperienza della coscienza.
Essendo "imperativa e cogente, come nessun altro imperativo in tutta la nostra esperienza", la coscienza "esercita un profondo influsso sulle nostre affezioni ed emozioni". In modo semplificato potremmo riassumere il pensiero di Newman, da non confondere con un puro psicologismo, nel modo seguente: qualora seguiamo il comando della coscienza, siamo riempiti di felicità, di gioia e di pace. Se non obbediamo a questa voce interiore, sentiamo vergogna, spavento e paura. Newman interpreta quest'esperienza così: "Se, com'è il caso, ci sentiamo responsabili, ci vergogniamo, siamo spaventati, per aver trasgredito la voce della coscienza, ciò suppone che esiste Qualcuno verso il quale siamo responsabili, davanti al quale proviamo vergogna, le cui pretese temiamo. Se, nel fare il male, proviamo lo stesso dolente e straziato dispiacere che ci sopraffa quando offendiamo nostra madre; se, nel fare il bene, godiamo della stessa solare serenità dello spirito, della stessa gioia lenitiva e soddisfacente che deriva da una lode ricevuta dal padre, certamente abbiamo dentro di noi l'immagine di una persona alla quale guardano il nostro amore e la nostra venerazione, nel cui sorriso troviamo la nostra felicità, per la quale sentiamo tenerezza, alla quale rivolgiamo le nostre invocazioni, dalla cui ira siamo preoccupati e logorati (...) così i fenomeni della coscienza, intesa come imperativo, servono ad imprimere nell'immaginazione l'immagine di un Reggitore Supremo, un Giudice, santo, giusto, potente, onniveggente, punitivo".
Confrontandosi con le tradizionali "prove di Dio", Newman afferma di preferire la via a Dio a partire dalla coscienza. Taluni vedono in questa posizione un limite nel pensiero di Newman, rimproverandogli di aver esagerato la dimensione della interiorità dell'uomo. In realtà Newman non nega le tradizionali "prove di Dio", ma è del parere che queste conducono l'uomo soltanto ad un'immagine astratta di Dio: ad un primo Movente, un Ordinatore di tutte le cose, un Creatore e Guida del mondo. La sua via della coscienza invece conduce l'uomo a un Dio che sta in una relazione personale con ciascuno, che gli parla, gli mostra i suoi difetti, lo chiama alla conversione, lo guida alla conoscenza della verità, lo sprona a fare il bene, si presenta come suo supremo Signore e Giudice. Gli atteggiamenti morali fondamentali, che scaturiscono dall'obbedienza alla coscienza, formano secondo Newman "l'organum investigandi datoci per guadagnare la verità religiosa: questo condurrebbe la mente, con una successione infallibile, dal rifiuto dell'ateismo al teismo e dal teismo al cristianesimo, e dal cristianesimo alla religione evangelica e da questa al cattolicesimo". Nell'Apologia Newman afferma in modo audace: "Arrivai alla conclusione che, in una vera filosofia, non vi era via di mezzo tra l'ateismo e il cattolicesimo, e che uno spirito pienamente coerente, nelle circostanze in cui si trova quaggiù, deve abbracciare o l'uno o l'altro. E sono tuttora convinto di questo: io sono cattolico in virtù della mia fede in Dio; e se mi si chiede perché credo in Dio, rispondo: perché credo in me stesso. Trovo, infatti, impossibile credere nella mia propria esistenza (e di questo fatto sono perfettamente sicuro) senza credere anche nell'esistenza di Colui che vive nella mia coscienza come un Essere Personale, che tutto vede, tutto giudica".
Le affermazioni più rilevanti sul tema coscienza e Chiesa si trovano nella già citata Lettera al Duca di Norfolk. In questo saggio Newman respinge l'accusa che dopo la proclamazione del dogma sull'infallibilità del Papa i cattolici non potrebbero più servire lo Stato come buoni cittadini, in quanto sarebbero obbligati a consegnare la propria coscienza al Papa. Per rispondere a simili idee diffuse allora in Inghilterra, Newman chiarisce in modo magistrale il rapporto tra l'autorità della coscienza e l'autorità del Papa.
L'autorità del Papa è fondata nella rivelazione, espressione della bontà divina nei confronti dell'uomo. Dio ha consegnato la sua rivelazione alla Chiesa e in forza del suo Spirito si fa garante che essa venga preservata, interpretata e trasmessa in modo infallibile nella Chiesa e per mezzo della Chiesa. Se una persona accoglie nella fede questa missione della Chiesa, capisce nella sua propria coscienza che deve obbedire alla Chiesa e al Papa. Newman, di conseguenza, può scrivere: "Se il vicario di Cristo parlasse contro la coscienza, nell'autentico significato del termine, commetterebbe un suicidio; toglierebbe la base su cui poggiano i suoi piedi. Sua autentica missione è proclamare la legge morale; proteggere e rafforzare quella "Luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo". Sulla legge e sulla santità della coscienza sono fondati tanto la sua autorità in teoria, quanto il suo potere in pratica (...) La sua raison d'être è quella di essere il campione della legge morale e della coscienza. La realtà della sua missione è la risposta al lamento di quanti sentono l'insufficienza del lume naturale; e l'insufficienza di questo lume è la giustificazione della sua missione" (Lettera al Duca di Norfolk). Non obbediamo al Papa perché qualcuno ci costringe a farlo, ma perché siamo personalmente convinti nella fede che il Signore - per mezzo di lui e dei vescovi in comunione con lui - guida la Chiesa preservandola nella verità.
La coscienza formata dalla fede conduce l'uomo all'obbedienza libera e matura nei confronti del Papa. D'altra parte, la Chiesa, il Papa e i vescovi illuminano la coscienza bisognosa di un sostegno chiaro e preciso. Newman afferma: "il sentimento del giusto e dell'ingiusto, che nella religione è il primo elemento, è così delicato; così irregolare; così facile da confondersi, da essere oscurato, pervertito; così sottile nei suoi metodi di ragionamento; così malleabile dall'educazione; così influenzato dall'orgoglio e dalle passioni; così instabile nel suo corso che, nella lotta per l'esistenza, tra i molteplici esercizi e trionfi della mente umana, questo sentimento è al tempo stesso il più grande e il più oscuro dei maestri; e la Chiesa, il Papa, la gerarchia costituiscono, nella Provvidenza divina, la risposta a un urgente bisogno".
Al riguardo, la Chiesa è un grande aiuto non solo per la coscienza del singolo credente. Offre anche un servizio insostituibile per la società come avvocata dei diritti e delle libertà inalienabili degli uomini. Tali diritti e libertà, radicati nella dignità della persona umana, formano la base degli Stati costituzionali moderni, ma come tali non possono essere sottoposti alle regole democratiche maggioritarie. Difendendo la dignità della persona umana, creata da Dio e redenta da Cristo, e ribadendo i suoi fondamentali diritti e doveri, la Chiesa svolge quindi una missione di straordinaria importanza per le società moderne.
Secondo Newman non ci può essere uno scontro diretto tra la coscienza e la dottrina della Chiesa. La coscienza, infatti, non ha competenza nelle questioni della dottrina rivelata, custodita in modo infallibile dalla Chiesa. Newman sa che "nelle cose dottrinali "la maestà della coscienza" non è il tribunale adeguato per ciò che vorrei tenere come affermazione valida sulla materia". Se una persona accoglie una dottrina rivelata e insegnata dalla Chiesa non è prioritariamente una questione di coscienza ma di fede. Un credente quindi che ritiene di dover respingere una dottrina di fede, non può richiamarsi alla sua coscienza. O meglio, la sua coscienza non è più illuminata dalla fede. La coscienza del fedele deve sempre essere una coscienza ecclesiale formata dalla fede.
Ma l'autorità della Chiesa e del Papa ha dei limiti. Non ha niente in comune con l'arbitrio oppure con i modelli di dominio di questo mondo, essendo connessa inseparabilmente con il senso di fede infallibile di tutto il popolo di Dio e con la missione specifica dei teologi. L'autorità della Chiesa riguarda solo l'ambito della verità rivelata e necessaria per la salvezza. Se il Papa prende decisioni nel campo della disciplina o dell'amministrazione, non si tratta ovviamente di interventi infallibili.
Ma anche qui Newman offre dei criteri chiari e precisi per il credente: "Prima facie è suo stretto dovere, anche per un senso di lealtà, credere che il Papa abbia ragione e agire perciò in conformità. Deve quindi vincere quella meschina, ingenerosa, egoistica e volgare propensione della propria natura, la quale, non appena sente parlare di comando, si pone in contrasto col superiore che l'ha impartito; si chiede se quest'ultimo non sia andato oltre i propri diritti, compiacendosi di affrontare il tutto con scetticismo nei giudizi e nell'azione. Non deve nutrire nessun caparbio proposito di esercitare il diritto di pensare, dire e fare quello che gli pare e piace, senza preoccuparsi minimamente del vero e del falso, del giusto e dell'ingiusto, dell'obbligo stesso dell'obbedienza, qualora possibile, e di quell'amore che ci spinge a parlare come parla il proprio superiore e a stargli sempre a fianco in ogni caso. Se questa fondamentale regola fosse osservata, i conflitti tra l'autorità del Pontefice e l'autorità della coscienza sarebbero estremamente rari. D'altra parte essendo, nei casi straordinari, la coscienza di ciascuno libero di agire a proprio talento, abbiamo la garanzia e la sicurezza (...) che nessun Papa potrà mai creare per i suoi scopi personali (...) una falsa coscienza" (Lettera al Duca di Norfolk).
Newman conclude le sue affermazioni sulla coscienza nella Lettera al Duca di Norfolk con il seguente famoso brindisi: "Se fossi obbligato a introdurre la religione nei brindisi dopo un pranzo (il che in verità non mi sembra proprio la cosa migliore), brinderò, se volete, al Papa; tuttavia prima alla Coscienza, poi al Papa". Questa battuta, che esprime anche il fine humour di Newman, significa innanzitutto che la nostra obbedienza al Papa non è un'obbedienza cieca, ma sostenuta dalla coscienza formata dalla razionalità della fede. Chi nella fede ha accolto la missione del Papa, lo ascolterà per convinzione personale di coscienza. In tal senso viene davvero prima la coscienza, quella illuminata dalla fede, e poi il Papa.
Newman mantenne decisamente la correlazione tra coscienza e Chiesa. Non si può richiamarsi a lui o al suo summenzionato brindisi per contrapporre l'autorità della coscienza e quella del Papa. Ambedue le autorità, quella soggettiva e quella oggettiva, rimangono dipendenti l'una dall'altra. Oggi la parola coscienza è un termine equivoco e spesso malinteso. Con il suo cammino di vita e la sua solida dottrina il beato John Henry Newman può aiutarci a riscoprire il vero significato della coscienza come eco della voce di Dio, rigettando nel contempo interpretazioni insufficienti ed errate. Newman ha sempre affermato pienamente la dignità della coscienza soggettiva, senza deviare mai dalla verità oggettiva. Egli non direbbe: coscienza sì - Dio o fede o Chiesa no, ma piuttosto: coscienza sì - e proprio per questo Dio e fede e Chiesa sì! La coscienza è l'avvocata della verità nel nostro cuore, è "l'originario vicario di Cristo".