On “Whose God Is God?”
For me, I have more respect for the “savage” who worships a wooden idol than for the “civilized” person who only bows before himself. (Rémi Brague, On the God of the Christians (and on one or two others)) 1
The primary thing, which is presupposed by theology, is a body of traditional pronouncements which are believed to have been revealed, not to have come into being through human interpretation of reality, but, as Plato puts it, to “have come down from a divine source.” (Josef Pieper, The End of Time) 2
To ask for a (new) particular revelation is to ask God to have his Son incarnate and die once again. To ask more from God would be to ask for what he had already done. To ask for something else would be to ask for the same thing once again. (Rémi Brague, On the God of the Christians (and on one or two others)) 3
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Friday, December 20, 2013
Monday, December 17, 2012
Semantic Triangle
Semantic Triangle
「針の上で天使は何人踊れるか」というのは、中世の天使論、特にスコラ学全般およびヨハネス・ドゥンス・スコトゥスやトマス・アクィナスのような特定の神学者の天使論において、ありがちな間違いとしてよく使われた問題である[1]。
Thing
Word Mind (concept)
@ アットマーク (プログラミング言語) conceptual contents
言語 俗称 意味
イタリア語 chiocciola カタツムリ
ウクライナ語 равлик
エスペラント
オランダ語 apenstaartje 猿の尾
ドイツ語 Klammeraffe クモザル
1)Pascalでは、アドレス演算子「↑」の別表記である。
2)Perlでは、配列変数プレフィックスである。例えば、$a は普通のスカラー変数なのに対し、@a は配列変数である。
3)Rubyでは、@はインスタンス変数プレフィックス、@@はクラス変数プレフィックスである。
4)Twitterでは、リプライ(特定のユーザに向けているが公開される発言)の最初に「@ユーザ名」を付ける(例: @utadahikaru ツイート本文)。
5)電子メール
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「熊」(bear, orso, Medvedya ["honey-eater"])ということばひとによって違う意味をもっている。
1)遺伝子の研究者にとって、一定の遺伝子を持った動物
2)生物学者にとって、一定の進化を通った哺乳類の一種
3)Aさんにとって、動物園で見た可愛い存在者
4)Bさん(山の上に住んでいる)にとって、怖い存在
5)Cさん(環境運動に参加している)にとっては、絶滅に瀕している存在
6)Dさん(実物を見たことがない)にとって、大きなタヌキみたいなもの。
皆、それぞれの認識論と存在論をもっている。
Bさんにとって、「可愛い」熊は存在しないが、「可愛い熊」という言い方は無を意味すると言えない。
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「ケーキ」ということばに対して、ダイエットを意識する花子さんは、
ァ)食べたい気持ちがある
イ)食べたくない気持ちもある
ウ)食べたい気持ちを無くしたい
エ)本当は、何の心配もなく、食べれるようになりたい。
それぞれの気持ちは別々の存在論を表している
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「私」「心」「神」(God)というようことばはどうだろう。
存在志向 intention of being
内的言葉と外的ことば (アウグスティヌス)
Tuesday, May 31, 2011
Origine del linguaggio
Ferretti, Francesco, Alle origini del linguaggio umano,
Roma, Laterza, 2010, pp. 181, € 12,00, ISBN 978842094661.
Recensione di Antonella Riscetti, 28/11/2010.
Filosofia della linguaggio, Filosofia della mente
Indice - L'autore
L’ultimo libro di Ferretti ha il sapore del viaggio clandestino attraverso uno dei temi più dibattuti della filosofia contemporanea. A distanza di centoquarantaquattro anni, due mesi e dodici giorni dal divieto della Société de Linguistique de Paris di presentare relazioni sul problema dell’origine del linguaggio umano, l’autore presenta una feconda tesi sul possibile sviluppo della capacità comunicativa nella specie umana.
Il viaggio di Ferretti si presenta da subito come una battaglia contro i fautori dell’ideologia della diversità della specie umana che, da Mivart a Descartes, ha generato non poche incomprensioni. Gli attacchi di Ferretti sono ben protetti dallo scudo darwiniano (la teoria dell’evoluzione nella sua forma classica), e della tesi del linguaggio come adattamento biologico, elaborata durante le discussioni con il suo gruppo di ricerca. Così egli controbatte il programma generativista di N. Chomsky, le spiegazioni dei generativisti (Bloom e Pinker), quelle dei neoculturalisti, e di Corballis: sono tutti ganci appesi al cielo, dice Ferretti, riprendendo Dennett. Nessuno di questi autori ha saputo resistere al fascino di considerare l’uomo – benché soggetto agli stessi meccanismi che investono tutto il regno animale – possessore di un tratto qualitativamente distintivo. Ferretti accogliendo il monito darwiniano di considerare “l’uomo come animale tra gli altri animali” intraprende invece la via di una spiegazione diversa.
Il primo a essere esaminato è Noam Chomsky, il cui errore è quello di considerare il linguaggio come una facoltà innata, senza riconoscerne la paternità alla selezione naturale. Egli non definisce il linguaggio un adattamento biologico ma un esattamento. L’esattamento è un concetto introdotto da due paleontologi, Gould e Vrba, in contrapposizione all’adattamento. Se l’adattamento consiste nell’elaborazione di strutture che permettono all’organismo di sopravvivere, o sopravvivere meglio, attraverso un lavorio lento, costante e graduale, l’esattamento è l’impiego da parte dell’organismo di strutture già esistenti per finalità diverse da quelle che le hanno generate. Secondo Chomsky, dunque, il linguaggio non è il risultato di modifiche lente e graduali ma l’effetto immediato di una cooptazione funzionale. Il padre del generativismo è così costretto ad ammettere come il “problema di Cartesio” – la spiegazione della capacità di parlare in modo appropriato – sia una sorta di mistero.
Ferretti sviluppa invece una tesi che permette di ovviare a questi paradossi o richiami all’occulto. Egli considera lo sviluppo del linguaggio come lo sforzo di equilibrio che ogni organismo adotta per sopravvivere nel proprio ambiente e che in ambito linguistico è possibile sperimentare nella vita quotidiana. Ognuno di noi, infatti, anche nel più banale dei dialoghi, mette in moto una serie di operazioni: comprensione delle aspettative, analisi e approssimazione del livello di competenze dell’interlocutore, calibrazione del discorso, anticipazione della finalità della comunicazione e ricezione di quanto ascoltato. Tali operazioni risultano finalizzate al successo della comunicazione e altro non sono che uno sforzo diretto a mantenere l’equilibrio tra i comunicatori. Lo sforzo di equilibrio nella comunicazione, ipotizza Ferretti, è consentito dallo STRP, il sistema triadico di proiezione e radicamento, formato dall’intelligenza ecologica, quella sociale e quella temporale. Lo STRP consente all’uomo di muoversi flessibilmente nel tempo, nello spazio e nella società. Questa ipotesi trova conferma empirica nel deficitario linguaggio dei soggetti affetti da autismo, schizofrenia e sindrome di Williams (da ricondurre alle compromissioni che presentano rispettivamente nell’intelligenza sociale, temporale ed ecologica), e supporto teorico nella teoria della pertinenza di Sperber e Wilson, secondo cui la comunicazione è una sorta di avanzamento per indizi.
La tesi di Ferretti, in sintesi, è che il linguaggio non si dà tutto in una volta ma è il prodotto di un lento lavorio comunicativo che si è gradualmente emancipato dall’iconicità. Grazie al sistema triadico di proiezione e orientamento, infatti, gli interlocutori hanno ancorato le parole agli indizi comunicativi del contesto fisico (spaziale e temporale) e sociale, divenendo capaci di mandare avanti la comunicazione anche in casi in cui il corrispettivo iconico fosse lentamente abbandonato. Ecco quindi che anche Corballis cade sconfitto. Il suo destino segnato dall’idea che il passaggio dal sistema iconico a quello simbolico fosse il momento della convenzionalizzazione. Si chiede retoricamente Ferretti: “com’è possibile mettersi d’accordo nelle fasi iniziali della costruzione di un codice condiviso quando non si ha ancora un codice condiviso con cui accordarsi?” (p. 143).
L’ipotesi di un coinvolgimento del sistema triadico di radicamento e proiezione nello sviluppo del linguaggio permette di interpretare la capacità linguistica come una conquista ottenuta progressivamente nel corso dell’ominazione, con miglioranti lenti e graduali. Quindi piuttosto che invocare misteri o appendere ganci al cielo, come farebbero anche i neocultarlisti, da Deacon a Tattersall (i quali elaborano una spiegazione tautologica secondo cui il linguaggio comparirebbe con la nascita del simbolo), Ferretti formula un’ipotesi su come realmente possono essere andate le cose. “Ammettiamo una situazione comunicativa di base in cui i segnanti si comprendano facendo leva sulle proprietà iconiche e motivate dei simboli. […] Consideriamo ora l’evenienza in cui ai fini di una comunicazione più efficace un emittente durante la conversazione utilizzi un nuovo segno sincretico per «casa» il cui carattere essenziale è la perdita dell’iconicità originaria.[…] L’unica possibilità di sopravvivenza del segno è che la comunicazione non conosca intoppi e continui ad andare avanti” (pp. 143-144).
Il vincitore di questa lotta non è né il riesumato Darwin, né Ferretti; il vincitore è l’uomo, o meglio, la specie umana, il cui sforzo adattivo ha imposto la direzione agli adattamenti biologici governati dalla selezione naturale. Nel terzo capitolo, infatti, in cui è condotta l’analisi della teoria evoluzionista, è riconosciuto che il linguaggio, anche se sorto attraverso la cooptazione funzionale di strutture esistenti, si è assestato come adattamento (secondario) biologico a causa della selezione organica, secondo cui modificazioni fenotipiche vantaggiose salvaguardano la sopravvivenza dell’organismo fino al momento in cui sopraggiungono modificazioni genetiche coincidenti, che vengono cooptate dalla selezione naturale per adattamenti convenienti. Considerato tutto questo Ferretti conclude il suo viaggio con un’ipotesi coevoluzionista secondo la quale anche l’evoluzione del linguaggio avrebbe indotto un’evoluzione del cervello, illustrata attraverso la distinzione sperberiana tra modulo metacognitivo e modulo metacomunicativo. Egli riesce così a dimostrare la sua ipotesi e ad assestare un altro e ultimo colpo al paradigma della anomalia umana. Nel capoverso che anticipa le conclusioni leggiamo che “il fatto che esistano dispositivi cognitivi adattati al linguaggio (il modulo metacomunicativo) mostra che l’evoluzione della comunicazione verbale non segue soltanto uno sviluppo di tipo culturale […] Un risultato del genere è in effetti sufficiente a mettere in crisi il modello dell’anomalia evolutiva dell’essere umano” (p. 160-161 ).
A lettura ultimata non si può non riconoscere che la Société Linguistique de Paris, con il divieto del 1866, aveva eliminato la causa di molte grane. Ogni volta che si affronta il problema sull’origine del linguaggio si dibatte sulla continuità evolutiva tra primati umani e non umani e la questione si riduce a un’annosa domanda che però non trova mai risposta: perché, mentre io leggo al computer una recensione di un libro scritto da un professore universitario sulla mia capacità linguistica, le scimmie continuano a non parlare? Ferretti risponde confermando la sua ipotesi. Nell’ultimo capitolo cita il successo degli esperimenti dei Gardner con Washoe sull’insegnamento della lingua dei segni alle scimmie come momento fondamentale per il passaggio dalla comunicazione gestuale al linguaggio vero e proprio. Nessun miracolo quindi, e nessun pericoloso gancio fluttuante nel cielo, solo il semplice addestramento alla rappresentazione, che poi consentirà ai primati non umani di elaborare il proprio mondo simbolico.
A distanza di centocinquantuno anni dalla pubblicazione dell’opera di Darwin, Ferretti ha dimostrato che c’è ancora molto da lavorare per restituire una visione naturalistica dell’essere umano.
Indice
I Complessità.
II Adattamento.
III Sforzo.
IV Orientamento.
L'autore
Francesco Ferretti insegna Filosofia del linguaggio all’Università di Roma Tre. È autore di saggi di filosofia del linguaggio e filosofia della mente. Tra le sue pubblicazioni Pensare vedendo (Roma 1998) e La mente degli altri. Prospettive teoriche sull’autismo (a cura di, Roma 2003). È autore di Perché non siamo speciali. Mente, linguaggio e natura umana (Roma, 2009).
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Roma, Laterza, 2010, pp. 181, € 12,00, ISBN 978842094661.
Recensione di Antonella Riscetti, 28/11/2010.
Filosofia della linguaggio, Filosofia della mente
Indice - L'autore
L’ultimo libro di Ferretti ha il sapore del viaggio clandestino attraverso uno dei temi più dibattuti della filosofia contemporanea. A distanza di centoquarantaquattro anni, due mesi e dodici giorni dal divieto della Société de Linguistique de Paris di presentare relazioni sul problema dell’origine del linguaggio umano, l’autore presenta una feconda tesi sul possibile sviluppo della capacità comunicativa nella specie umana.
Il viaggio di Ferretti si presenta da subito come una battaglia contro i fautori dell’ideologia della diversità della specie umana che, da Mivart a Descartes, ha generato non poche incomprensioni. Gli attacchi di Ferretti sono ben protetti dallo scudo darwiniano (la teoria dell’evoluzione nella sua forma classica), e della tesi del linguaggio come adattamento biologico, elaborata durante le discussioni con il suo gruppo di ricerca. Così egli controbatte il programma generativista di N. Chomsky, le spiegazioni dei generativisti (Bloom e Pinker), quelle dei neoculturalisti, e di Corballis: sono tutti ganci appesi al cielo, dice Ferretti, riprendendo Dennett. Nessuno di questi autori ha saputo resistere al fascino di considerare l’uomo – benché soggetto agli stessi meccanismi che investono tutto il regno animale – possessore di un tratto qualitativamente distintivo. Ferretti accogliendo il monito darwiniano di considerare “l’uomo come animale tra gli altri animali” intraprende invece la via di una spiegazione diversa.
Il primo a essere esaminato è Noam Chomsky, il cui errore è quello di considerare il linguaggio come una facoltà innata, senza riconoscerne la paternità alla selezione naturale. Egli non definisce il linguaggio un adattamento biologico ma un esattamento. L’esattamento è un concetto introdotto da due paleontologi, Gould e Vrba, in contrapposizione all’adattamento. Se l’adattamento consiste nell’elaborazione di strutture che permettono all’organismo di sopravvivere, o sopravvivere meglio, attraverso un lavorio lento, costante e graduale, l’esattamento è l’impiego da parte dell’organismo di strutture già esistenti per finalità diverse da quelle che le hanno generate. Secondo Chomsky, dunque, il linguaggio non è il risultato di modifiche lente e graduali ma l’effetto immediato di una cooptazione funzionale. Il padre del generativismo è così costretto ad ammettere come il “problema di Cartesio” – la spiegazione della capacità di parlare in modo appropriato – sia una sorta di mistero.
Ferretti sviluppa invece una tesi che permette di ovviare a questi paradossi o richiami all’occulto. Egli considera lo sviluppo del linguaggio come lo sforzo di equilibrio che ogni organismo adotta per sopravvivere nel proprio ambiente e che in ambito linguistico è possibile sperimentare nella vita quotidiana. Ognuno di noi, infatti, anche nel più banale dei dialoghi, mette in moto una serie di operazioni: comprensione delle aspettative, analisi e approssimazione del livello di competenze dell’interlocutore, calibrazione del discorso, anticipazione della finalità della comunicazione e ricezione di quanto ascoltato. Tali operazioni risultano finalizzate al successo della comunicazione e altro non sono che uno sforzo diretto a mantenere l’equilibrio tra i comunicatori. Lo sforzo di equilibrio nella comunicazione, ipotizza Ferretti, è consentito dallo STRP, il sistema triadico di proiezione e radicamento, formato dall’intelligenza ecologica, quella sociale e quella temporale. Lo STRP consente all’uomo di muoversi flessibilmente nel tempo, nello spazio e nella società. Questa ipotesi trova conferma empirica nel deficitario linguaggio dei soggetti affetti da autismo, schizofrenia e sindrome di Williams (da ricondurre alle compromissioni che presentano rispettivamente nell’intelligenza sociale, temporale ed ecologica), e supporto teorico nella teoria della pertinenza di Sperber e Wilson, secondo cui la comunicazione è una sorta di avanzamento per indizi.
La tesi di Ferretti, in sintesi, è che il linguaggio non si dà tutto in una volta ma è il prodotto di un lento lavorio comunicativo che si è gradualmente emancipato dall’iconicità. Grazie al sistema triadico di proiezione e orientamento, infatti, gli interlocutori hanno ancorato le parole agli indizi comunicativi del contesto fisico (spaziale e temporale) e sociale, divenendo capaci di mandare avanti la comunicazione anche in casi in cui il corrispettivo iconico fosse lentamente abbandonato. Ecco quindi che anche Corballis cade sconfitto. Il suo destino segnato dall’idea che il passaggio dal sistema iconico a quello simbolico fosse il momento della convenzionalizzazione. Si chiede retoricamente Ferretti: “com’è possibile mettersi d’accordo nelle fasi iniziali della costruzione di un codice condiviso quando non si ha ancora un codice condiviso con cui accordarsi?” (p. 143).
L’ipotesi di un coinvolgimento del sistema triadico di radicamento e proiezione nello sviluppo del linguaggio permette di interpretare la capacità linguistica come una conquista ottenuta progressivamente nel corso dell’ominazione, con miglioranti lenti e graduali. Quindi piuttosto che invocare misteri o appendere ganci al cielo, come farebbero anche i neocultarlisti, da Deacon a Tattersall (i quali elaborano una spiegazione tautologica secondo cui il linguaggio comparirebbe con la nascita del simbolo), Ferretti formula un’ipotesi su come realmente possono essere andate le cose. “Ammettiamo una situazione comunicativa di base in cui i segnanti si comprendano facendo leva sulle proprietà iconiche e motivate dei simboli. […] Consideriamo ora l’evenienza in cui ai fini di una comunicazione più efficace un emittente durante la conversazione utilizzi un nuovo segno sincretico per «casa» il cui carattere essenziale è la perdita dell’iconicità originaria.[…] L’unica possibilità di sopravvivenza del segno è che la comunicazione non conosca intoppi e continui ad andare avanti” (pp. 143-144).
Il vincitore di questa lotta non è né il riesumato Darwin, né Ferretti; il vincitore è l’uomo, o meglio, la specie umana, il cui sforzo adattivo ha imposto la direzione agli adattamenti biologici governati dalla selezione naturale. Nel terzo capitolo, infatti, in cui è condotta l’analisi della teoria evoluzionista, è riconosciuto che il linguaggio, anche se sorto attraverso la cooptazione funzionale di strutture esistenti, si è assestato come adattamento (secondario) biologico a causa della selezione organica, secondo cui modificazioni fenotipiche vantaggiose salvaguardano la sopravvivenza dell’organismo fino al momento in cui sopraggiungono modificazioni genetiche coincidenti, che vengono cooptate dalla selezione naturale per adattamenti convenienti. Considerato tutto questo Ferretti conclude il suo viaggio con un’ipotesi coevoluzionista secondo la quale anche l’evoluzione del linguaggio avrebbe indotto un’evoluzione del cervello, illustrata attraverso la distinzione sperberiana tra modulo metacognitivo e modulo metacomunicativo. Egli riesce così a dimostrare la sua ipotesi e ad assestare un altro e ultimo colpo al paradigma della anomalia umana. Nel capoverso che anticipa le conclusioni leggiamo che “il fatto che esistano dispositivi cognitivi adattati al linguaggio (il modulo metacomunicativo) mostra che l’evoluzione della comunicazione verbale non segue soltanto uno sviluppo di tipo culturale […] Un risultato del genere è in effetti sufficiente a mettere in crisi il modello dell’anomalia evolutiva dell’essere umano” (p. 160-161 ).
A lettura ultimata non si può non riconoscere che la Société Linguistique de Paris, con il divieto del 1866, aveva eliminato la causa di molte grane. Ogni volta che si affronta il problema sull’origine del linguaggio si dibatte sulla continuità evolutiva tra primati umani e non umani e la questione si riduce a un’annosa domanda che però non trova mai risposta: perché, mentre io leggo al computer una recensione di un libro scritto da un professore universitario sulla mia capacità linguistica, le scimmie continuano a non parlare? Ferretti risponde confermando la sua ipotesi. Nell’ultimo capitolo cita il successo degli esperimenti dei Gardner con Washoe sull’insegnamento della lingua dei segni alle scimmie come momento fondamentale per il passaggio dalla comunicazione gestuale al linguaggio vero e proprio. Nessun miracolo quindi, e nessun pericoloso gancio fluttuante nel cielo, solo il semplice addestramento alla rappresentazione, che poi consentirà ai primati non umani di elaborare il proprio mondo simbolico.
A distanza di centocinquantuno anni dalla pubblicazione dell’opera di Darwin, Ferretti ha dimostrato che c’è ancora molto da lavorare per restituire una visione naturalistica dell’essere umano.
Indice
I Complessità.
II Adattamento.
III Sforzo.
IV Orientamento.
L'autore
Francesco Ferretti insegna Filosofia del linguaggio all’Università di Roma Tre. È autore di saggi di filosofia del linguaggio e filosofia della mente. Tra le sue pubblicazioni Pensare vedendo (Roma 1998) e La mente degli altri. Prospettive teoriche sull’autismo (a cura di, Roma 2003). È autore di Perché non siamo speciali. Mente, linguaggio e natura umana (Roma, 2009).
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