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Friday, April 14, 2017

Preghiere saveriane


聖ザベリオ宣教会の伝統的な祈り 

 

1.       主イエスがご自分のブドウ畑のために新しい労働者を与えてくださるように。

 

  全人類のために死んでくださり、地上においてあなたのあがないの働きを続けるために教会を創立してくださった主イエスよ、あなたの福音を告げ知らせる人々を増やしてください。

信仰の賜物を(いま)だに受けていない人々が一日も早くあなたを知り、地上においてあなたを愛し、天においても永遠にあなたの報いを楽しむことができるように、宣教者たちの熱心さを増し、その労苦を清めて下さい。

父なる神と聖霊とともに世々に生き、支配しておられる主イエス・キリストによって。

 

[一同]・アーメン

 

2.       主イエスが福音を告げ知らせる人々の労苦を祝福してくださるように。

 

  私たちの信仰の創始者にして完成者でおられる主イエスよ。互いに愛し合うことをあなたの弟子の特徴として定めたあなたに、全世界であなたの福音を告げ知らせている私たちの兄弟をゆだねます。

  あなたの恵みで彼らの労苦を実らせ、危険から守り、み名のために働き、犠牲をささげることにふさわしい者にしてください。

  私たちが、聖フランシスコ・ザビエルの取次ぎによって、彼らの功労(こうろう)に与り、彼らとともにあなたの至福に入ることができるようにしてください。

世々に生き、支配しておられる主イエス・キリストによって。

 

[一同]・アーメン

 

3.       主イエスが堅忍の賜物を与え、私たちの会を祝福してくださるように。

 

  すべての人の救いを望んでおられる、いつくしみと愛の神よ、堅忍が全うされる恵みを私たちに与えてくださるよう、心からお願いいたします。

  私たちはあなたの恵みに忠実に生き、あなたが望んでおられる完成度に達することができるようにしてください。

  おん子の死と復活、そしてご聖体の秘跡において示して下さった愛によって、また私たちの聖母マリアの功徳(くどく)によってお願いいたします。

世々に生き、支配しておられる主イエス・キリストによって。

 

[一同]・アーメン

 

4.       恩人のために

 

生活のために思い煩うことなく、野の花を着飾り、空の鳥に食物を与える天の父を信頼することを教えて下さった主イエスよ、私たちの宣教会に必要なものをお願いいたします。

そして、あなたの導きによって私たちを助けてくださった多数の恩人の恩義を思い起こしつつ、彼らの善業(ぜんぎょう)をあなたの豊かな恵みで報いて下さるようお祈りいたします。

主よ、私たちの恩人に永遠のいのちを報い、あなたの祝福と平安をお与えください。

[主キリストによって]

 

[一同]・アーメン
 

A・ボナツィ訳

Wednesday, March 22, 2017

Contra missionarios ignorantes

A proposito della possibilità  degli istituti missionari di uscire dalla crisi.


Sembra impossibile che gli istituti missionari possano uscire dalla cattività babilonese in cui stati cacciati nel post concilio.

  1. perché è finita l'era coloniale e gli istituti missionari erano legati ai poteri coloniali.
  2. Il concilio Vaticano II ha dato una valutazione positiva delle religioni non cristiane, per cui la predicazione del Vangelo e il battesimo non sono più strettamente necessari per la salvezza.
  3. Il concetto di missione è stato allargato a tutti i battezzati, per cui non può più essere appannaggio esclusivo di nessuna entità ecclesiale.


Sed contra. San Guido Maria Conforti ha fondato un istituto missionario nel bel mezzo della epoca coloniale, era un vescovo diocesano e credeva nella assoluta necessità della predicazione e del battesimo in ordine alla salvezza.


Rispondo dicendo che San Guido non era uno sprovveduto ne' politicamente (vedi come ha trattato la Questione Romana), ne' culturalmente, ne in campo teologico.

La valutazione che il Conforti dava del fenomeno colonialista come si evince dagli scritti, era basata sul buon senso e su una sana ermeneutica biblica. Ora, i cosiddetti "post colonial studies" del nostro tempo si basano pochissimo sul buon senso e quasi per niente sul pensiero biblico. Ci sono ampi motivi per credere che il Conforti abbia fondato il suo istituto a ragion veduta e desta meraviglia che certi suoi figli si attardino da decenni a piangere sul latte versato. I cultori del pensiero postcoloniale non perdono occasione per screditare la chiesa cattolica, perfino i giapponesi. Il Giappone, nazione che in pochi definirebbero cristiana, è stato potenza coloniale di primo ordine. Questo fatto la direbbe lunga sul supposto legame tra fenomeno coloniale e religione cristiana. Purtroppo alcuni, per farsi vedere "politically correct" non prendono in considerazione i fatti. Se si vuole uscire dalla crisi ci vuole prima di tutto una sana conversione intellettuale (B. Lonergan).


Il Conforti era un provetto e impenitente tomista per cui non si sarebbe fatto turlupinare dalle fumisterie di un Karl Rahner, tanto meno da un Heidegger o da un Levinas. Chi vuole controllare veda come il Conforti ha trattato il problema del Modernismo. Se fosse vissuto nel nostro tempo io sono convinto che non avrebbe abbandonato la philosophia perennis e in campo teologico sarebbe più vicino a un Ratzinger che a Rahner. Per quanto riguarda il ruolo degli istituti missionari proporrebbe ai suoi figli la Evangelii nuntiandi, ma anche la Redemptoris missio e la Dominus Iesus. Purtroppo nel post concilio gli istituti missionari sembra che si siano alleati per boicottare il Magistero autentico e per seguire un "magistero parallelo" (vedi il "concilio parallelo" di cui ha parlato Benedetto XVI). Se si vuole uscire dalla crisi ci vuole una conversione oltre che intellettuale anche morale e religiosa. Il predicatore della casa pontificia ha detto in una predica che molte congregazioni religiose hanno speso denaro ed energie a non finire per far canonizzare i loro fondatori, ma quasi niente per santificare i membri dell'istituto. Sembra detto apposta per gli istituti missionari italiani. Povero San Guido, dopo che lo hanno fatto fuori adesso gli fanno il monumento. Guai a voi direbbe Matteo al capitolo 23.


Il precursore delle missioni moderne (e anche del concilio a mio parere) è stato Matteo Ricci. Difficile pensare che potesse essere un gruppo di laici come nel caso della Corea, che appunto hanno usato le opere del Ricci. Oppure una conferenza episcopale. Ci vuole una vocazione particolare come quella della Regina apostolorum, o dell' apostolo delle genti, o di un Saverio, che sicuramente non ha fatto un Capitolo o una assemblea, o un incontro comunitario, per vedere se accettare la propria vocazione o per decidere cosa dire agli ateniesi o ai tessalocinesi.


Chi è che ha il coraggio di sostenere che Matteo Ricci era la longa manus dei poteri coloniali? Solo un ignorante abissale. Certo anche lui come il Saverio hanno viaggiato sulle navi portoghesi, ma possibile che non si riesca a fare delle semplicissime distinzioni? Basterebbe leggere le lettere. E allora perché le opere del Ricci non entrano nel curriculum di formazione dei missionari e nella biblioteca di certe case saveriane non ci sono per niente, neanche in una traduzione recente? Ai posteri l'ardua sentenza!Possibile che non ci sia vita dopo Rahner? Qualcuno si lamentava perché non voleva morire democristiano. Che i Saveriani siano condannati a morire rahneriani? Ci sarà ancora fede quando il Signore ritornerà a giudicare il mondo? 






Sunday, March 19, 2017

Industriae ad curandos animae morbos

Si chiama Accorgimenti per curare le malattie dellanima ed è la traduzione italiana di un libro (edito da San Paolo) del terzo superiore dei gesuiti, padre Claudio Acquaviva (1543-1615), il dono natalizio di Papa Francesco alla Curia romana. Tre mesi fa è uscita unedizione molto buona, in italiano, fatta dal padre Giuliano Raffo, morto recentemente”, ha detto il Papa al termine del suo discorso odierno in occasione della presentazione degli auguri natalizi, citando il titolo originale, in latino,  Industriae pro superioribus eiusdem Societatis: Ad curandos Animae morbos. La traduzione è bellissima, ben fatta, e credo che possa aiutare, e come dono di Natale mi piacerebbe offrirla a ognuno di voi”, ha aggiunto, prima di salutare uno a uno i membri della Curia e consegnare loro il volume.

Saturday, December 12, 2015

A volte sia l'impressione che in certi ambienti in certe famiglie religiose ci sia stato più sforzo per portare sugli altari i propri fondatori o confratelli che per imitarne di esempio di virtù

Raniero Cantalamessa seconda predica di avvento osservatore Romano 12 dicembre 2015

Thursday, October 02, 2014

Munus ab obsequio

Munus ab obsequio

S. Tommaso afferma che la simonia. è un'eresia, poiché eresia, se non di dottrina, di fatto, è il credere vendibile il dono dello Spirito Santo (Sum. theol. II II 100). S. Gregorio Magno nel condannare l'eresia simoniaca ne specifica le tre forme: munus a manu (donativi o denaro), munus ab obsequio (adulazione intenzionale), munus a lingua (parola insinuante per la compera dei sacri uffici).

Ecco come si dice leccaculo in latino.




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Tuesday, July 02, 2013

Lonergan on authority

Lonergan defines authority as legitimate power and insists that legitimacy is
conferred by authenticity. Without authenticity, there may be power but the power
is not legitimate, and so there is no authority. In a similar vein, in the paper
"Religious Knowledge,"18 he asks about the source of genuine religious

much thinking
about authority reflects mythic consciousness.

Girard is the more complete thinker when it comes to the
constitution of mythic consciousness. If much contemporary thinking about authority is
still a matter of mythic consciousness, perhaps Girard even more than Lonergan has
alerted us to the danger that lies therein. For the danger is not simply in the order of
cognition. Mythic consciousness for Girard provides cover stories for human violence.


17 Bernard Lonergan, "Dialectic of Authority," in A Third Collection, ed. Frederick E. Crowe
(Mahwah, N.J.: Paulist Press, 1985; London: Chapman, 1985),5-12.

18Bernard Lonergan, "Religious Knowledge," in A Third Collection, ed. Frederick E. Crowe
(Mahwah, N.J.: Paulist Press, 1985; London: Chapman, 1985), 129-45.

Doran, Ignatian Themes in the Thought of Lonergan, Lonergan Workshop
19/2006   ,2006.

Thursday, November 08, 2012

Temi interessanti dal sinodo: universita', religiosi, Nicolas


http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350357

Il rettore della Pontificia Università Lateranense, il vescovo salesiano Enrico dal Covolo, non ha usato mezze misure per denunciare come "il cavallo di Troia, attraverso il quale gli Stati si appropriano delle intelligenze degli studenti, è la formazione dei docenti". Ed ha aggiunto: "In molti paesi i docenti sono formati unicamente nelle università statali, e comunque chi vuole insegnare deve possedere l'abilitazione statale conseguita secondo il percorso formativo stabilito dagli Stati e con esami di Stato. La progressiva scristianizzazione dell'Occidente è avvenuta così, attraverso la scristianizzazione delle scuole e delle università. Ora, una nuova evangelizzazione non può che avvenire nel riconoscimento delle persone, della loro coscienza, dei loro diritti. Se gli Stati, come spesso hanno fatto e continuano a fare, si appropriano del progetto personale di apprendimento, tolgono alle persone la libertà di realizzarsi, privandole di un diritto originario e costitutivo. Di conseguenza, una comunità ecclesiale che si impegna per una nuova evangelizzazione dovrà curare con urgenza e priorità il buon funzionamento delle scuole e delle università in genere, ma in modo tutto particolare di quelle cattoliche".

Il cardinale indiano Telesphore Placidus Toppo, arcivescovo di Ranchi, ha lanciato un allarme sulla situazione degli ordini religiosi. "Vorrei rivolgere – ha detto – un umile appello agli ordini religiosi, affinché diventino di nuovo missionari. Nella storia dell’evangelizzazione, tutti gli ordini religiosi, guidati dallo Spirito Santo, hanno fatto cose straordinarie e meravigliose. Possiamo dire lo stesso, oggi, delle congregazioni religiose? È possibile che abbiano iniziato a operare come multinazionali, svolgendo tanto lavoro buono e necessario per rispondere ai bisogni materiali dell’umanità, dimenticando tuttavia che il fine principale della loro fondazione era quello di portare il kerygma, il Vangelo, a un mondo perduto? Dobbiamo apprezzare i numerosi gruppi giovanili e i nuovi movimenti ecclesiali che stanno raccogliendo la sfida. Tuttavia, ritengo che questo sinodo debba invitare i religiosi e le religiose a svolgere in modo esplicito e diretto il lavoro di evangelizzazione e di trasmissione della fede, in collaborazione con i vescovi locali. Vorrei anche chiedere alla congregazione per la vita consacrata di essere più attiva nella promozione del 'sensus ecclesiae' tra tutti i religiosi".

Anche il prefetto della congregazione per i vescovi, il cardinale canadese Marc Ouellet, ha espresso critiche a proposito dei religiosi, quando ha notato che "nelle relazioni tra gerarchia e vita consacrata sono sorti non pochi disagi: talora per una certa ignoranza dei carismi e del loro ruolo nella missione e nella comunione ecclesiale, talaltra per l’inclinazione di alcuni consacrati alla contestazione del magistero".

Ma diametralmente opposto è apparso il giudizio formulato dal superiore del più numeroso degli ordini religiosi, il preposito generale della Compagnia di Gesù, Adolfo Nicolas, uno spagnolo vissuto a lungo in Asia. Leggendo il suo resoconto del sinodo sul mensile gesuita "Popoli" è facile notare la differenza di accenti rispetto all’indiano Toppo, soprattutto laddove padre Nicolas insiste sulla “santità” e la “salvezza” già presenti fuori della Chiesa visibile più che sul primario impegno di propagare la fede cristiana, auspicato dal cardinale.

Monday, August 20, 2012

Inculturazione o fedelta'?



C'e' un proverbio giapponese che dice 朱と交われば赤くなる "shu ni majiwareba akakunaru" (lett. chi tocca inchiostro (rosso) si sporchera' di rosso").
L'equivalente italiano piu' vicino potrebbe essere:"chi va con lo zoppo imparare a zoppicare", che ha i suoi corrispettivi nelle lingue romanze: "Quien con lobos anda, a aullar se enseña."; "Hantez les boiteux, vous clocherez."
In inglese si potrebbe pensare a: "Who keeps company with the wolf will learn to howl."; "If you lie down with dogs, you will get up with fleas."; "He that touches (or toucheth) pitch shall be defiled."

M a c'e' anche: "In compagnia prese moglie anche un frate.", detto popolare che la nonna usa per dire che una cosa che da solo non avresti fatto, in compagnia la fai eccome!

Tutto questo serve a capire il dilemma dei missionari odierni alle prese con l'inculturazione del Vangelo in culture non cristiane. Se da una parte non si puo' piu' trasmettere il Vangelo come una predica che cade dall'alto, dall'altra, il fatto di condividere la vita dei destinatari della missione puo' avere degli effetti collaterali insospettati.

Cosi' chi vive in una societa' politeista, se non sta piu' che attento, e' piu' che naturale che, anche inconsciamente, tenda ad adeguarsi.
La post-modernita' e il "politically correct", per esempio, che sono stati definiti anche come un "politeismo dei valori", potrebbe essere una forma facilmente assimilabile di "zoppicamento".

In termini biblici questo medesimo dilemma lo si puo' vedere nella lunga e fatidica lotta del popolo eletto per mantenere una propria specifica identita' nel mezzo della cultura cananea. Che senso ha oggi la severa vigilanza e disciplina che Dio stesso sembra chiedere al popolo di Israele nei confronti della cultura cananea?  « I figli d'Israele abitarono in mezzo ai Cananei … e venerarono gli dei di costoro. » (Giudici, 3,5-6).« Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v'insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dei e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio. » (Deuteronomio, 20, 16-18).

Se partiamo dal punto di vista che "Dio ha avvolto tutti nel peccato per usare a tutti misericordia", non si puo' dire che i cananei fossero piu' peccatori dei, per dire, Corinti o dei Greci o dei Romani. Probabilmente la cultura cananea, benche' militarmenete e politicamente perdente, non era meno rispettabile di quella di altri popoli. Cosi' come la cultura giapponese non e' da considerarsi meno rispettabile di altre culture, comprese quelle di ascendenza cristiana. Non e' questo il punto. La colpa degli isrealiti non e' stata quella di non aver saputo discernere i "semina verbi", ne' quella di non essersi "inculturati", ma quella di non aver saputo mantenere una identita' sufficientemente distinta.

Forse che si puo' sostenere la tesi che nell'economia incarnazionale neotestamentaria questa problematica e' superata? Non  sono mancate e non mancano posizioni teologiche di questo tipo. Ma allora, cosa rimarrebbe della "distinzione mosaica" (Ratzinger), dei profeti, dell'apocalittica, ecc. che leggiamo quotidianamente nella liturgia? Certo gli interlocutori di Paolo, i Corinti o i Romani, che vivevano nella cultura forse piu' raffinata del tempo, non potevano sentirsi esentati da problemi di questo tipo. Forse che lo siamo noi, perche' siamo cresciuti in regime di Cristianita'? Forse che possiamo ritenerci "vaccinati" contro ogni contaminazione? Non e' forse vero che la missione, la testimonianza di fede e' sempre anche un "pathos dell'individuo" (von Balthasar), una diuturna lotta contro false concezioni del divino?

Quello che si puo' dire con certezza e' che nei termini del racconto biblico, questo non e' senz'altro un tema secondario, ma un punto vitale su cui si gioca il possesso o meno della "terra promessa", cioe' di un corretto rapporto con Dio.

E allora perche' i missionari odierni nei loro incontri, non mettono mai a tema un problema cosi' importante? Se non e' perche ci sentiamo vaccinati, che non sia perche' ormai abbiamo gia' fatto molti passi sulla via del compromesso, al punto che non sappiamo piu' renderci conto dei pericoli? Quando in un convegno saveriano recente si discetta di missione (parafrasando Kant) "nei limiti del politically correct", da qui alla "cattivita' babilonese" ( la situazione in cui non si vede piu' la terra promessa) quanto ci passa? Ai posteri l'ardua sentenza!



"Sicchè oggi la chiesa è divenuta per molti l’ostacolo principale della fede.

Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini i quali, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo."
(J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2005, p. 330 [originale tedesco 1968]) 





Thursday, June 14, 2012

Missione e rispetto umano


Proviamo a immaginare che Paolo nutrisse un senso di soggezzione o di rispetto umano nei confronti della cultura greca e romana. Cosa rimarrebbe delle sue lettere e  soprattutto della sua testimonianza ad Atene e a Roma? Probabilmente ben poco.
Come si sarebbe comportato Paolo se invece fosse sbarcato a Pechino o a Edo? Siamo nel campo della fanta-teologia, ma se pensiamo al Saverio o a Ricci, probabilmente abbiamo una buona approssimazione alla risposta. Insomma, il rispetto umano non e' sicuramente foriero di una buona prassi missionaria.

Friday, April 20, 2012

Profeti dentro e adulatori fuori

Falsi profeti



di Antonio Livi

17-03-2012


Enzo Bianchi si presenta come il priore della Comunità di Bose, che i cattolici ritengono essere un nuovo ordine monastico, mentre canonicamente non lo è, perché non rispetta le leggi della Chiesa sulla vita comune religiosa. I cattolici lo ritengono un maestro di spiritualità, un novello san Francesco d’Assisi capace di riproporre ai cristiani di oggi il Vangelo sine glossa, ma nei suoi discorsi la Scrittura non è la Parola di Dio custodita e interpretata dalla Chiesa ma solo un espediente retorico per la sua propaganda a favore di un umanesimo che nominalmente è cristiano ma sostanzialmente è ateo.

Ecco, ad esempio, come Enzo Bianchi commentava il racconto evangelico delle tentazioni di Gesù nel deserto: «Gesù non si sottrae ai limiti della propria corporeità e non piega le Scritture all’affermazione di sé; al contrario, egli persevera nella radicale obbedienza a Dio e al proprio essere creatura, custodendo con sobrietà e saldezza la propria umanità» (Avvenire, 4 marzo 2012). Insomma, un’esplicita negazione della divinità di Cristo, il quale è ridotto a simbolo dell’etica sociale politically correct, l’etica dell’uomo che – come scriveva Bianchi poco più sopra – deve «avere il cuore e le mani libere per dire all’altro uomo: “Mai senza di te”» (ibidem).

Grazie al non disinteressato aiuto dei media anticattolici, Enzo Bianchi ha saputo gestire molto bene la propria immagine pubblica: quando si rivolge a quanti si professano cattolici, Enzo Bianchi veste i panni del “profeta” che lotta per l’avvento di un cristianesimo nuovo (un cristianesimo che deve essere moderno, aperto, non gerarchico e non dogmatico, cioè, in sostanza, non cattolico); quando invece si rivolge ai cosiddetti “laici” (ossia a coloro che hanno smesso di professarsi cattolici oppure non lo sono mai stati ma desiderano tanto vedere morire una buona volta il cattolicesimo), Enzo Bianchi si presenta simpaticamente come loro alleato, come una quinta colonna all’interno della Chiesa cattolica (se non piace la metafora di “quinta colonna” posso ricorrere alla metafora, ideata da Dietrich von Hildebrand, di “cavallo di Troia nella Città di Dio”).
Ora, che i media anticattolici (il Corriere della Sera, la Repubblica, La Stampa, L’Espresso) ospitino volentieri i sermoni del profeta della fine del cattolicesimo (così come ospitano i sermoni di tutti i piccoli e grandi intellettuali, cattolici e non, che auspicano una Chiesa cattolica senza più dogma, senza morale, senza sacramenti, senza autorità pastorale) non desta meraviglia, visto che si tratta di gente che porta acqua al loro mulino; invece, che i media ufficialmente cattolici si prestino (da almeno dieci anni!) a operazioni del genere fa comprendere fino a qual punto di confusione dottrinale e di insensibilità pastorale si sia arrivati nella Chiesa, almeno in Italia (anche se forse negli altri Paesi di antica tradizione cristiana le cosa stanno pure peggio).

Ho parlato di “insensibilità pastorale”, perché è evidente che organi di informazione che sono istituzionalmente al servizio della pastorale (penso a Famiglia Cristiana, che fu fondata da chi voleva promuove l’apostolato della “buona stampa” e che per decenni è stata diffusa soprattutto nelle chiese; penso ad Avvenire, quotidiano voluto da Paolo VI e gestito dalla Conferenza episcopale) non dovrebbero contribuire alla diffusione di ideologie che sono per l’appunto l’ostacolo massimo che oggi la pastorale si trova davanti. La pastorale infatti è costituita essenzialmente dalla catechesi e dall’evangelizzazione, ossia dall’offerta della verità e della grazia di Cristo a chi già crede e a chi ancora deve arrivare alla fede. Come si fa a portare la verità e la grazia di Cristo agli uomini (quelli di oggi, non diversamente da quelli di ieri) se si nasconde loro che Cristo è il Salvatore, cioè Dio stesso fatto Uomo per redimerci dal peccato e assicurarci la salvezza eterna? Come si fa ad avvicinare gli uomini all’Eucaristia, fonte della vita soprannaturale, se agli uomini di oggi si nasconde il mistero della Presenza reale, se non li si educa allo spirito di adorazione, se si annulla la differenza tra l’umano e il divino, se la “comunione” di cui si parla non è principalmente con Dio ma esclusivamente con gli altri uomini (e “comunione” vuol dire solo solidarietà, accoglienza, “fare comunità”)?

Come si fa a far amare la Chiesa di Cristo, «colonna e fondamento della verità», se viene messo in ombra il carisma dell’infallibilità del magistero ecclesiastico, se viene esaltato lo spirito di disobbedienza e la critica demolitrice della legittima autorità stabilita da Cristo stesso? Insomma, non è certo segno di sensibilità pastorale orientare il criterio dottrinale dei propri lettori (per definizione si suppone che siano cattolici) con i discorsi bonariamente eretici di Enzo Bianchi. Il quale, peraltro, non fa mistero della sua piena condivisione delle proposte riformatrici di Hans Küng, che con il linguaggio tecnico della teologia dogmatica ha enunciato e continua a enunciare le medesime eresie che Bianchi enuncia con il linguaggio retorico della saggistica letteraria. Nessuno si è sorpreso infatti leggendo sulla Stampa di Torino un recente articolo di Enzo Bianchi (13 marzo 2012) nel quale il priore di Bose ribadisce il suo sostegno alle tesi di Hans Küng, prendendo occasione da una nuova edizione italiana del suo Essere cristiani.

Hans Küng, che è il più famoso (meglio si direbbe famigerato) di tutti i falsi teologi che hanno diffuso nella Chiesa cattolica, a partire dalla seconda metà del Novecento, le ideologie secolaristiche che oggi costituiscono quell’ostacolo alla pastorale del quale parlavo. Lo esalta presentandolo come una specie di “dottore della Chiesa” ingiustamente inascoltato, guardandosi bene dal ricordare (ma lo sanno persino molti lettori della Stampa) che il professore svizzero ha sempre negato la verità dei dogmi della Chiesa e il fondamento teologico della morale cattolica, disconoscendo sempre la funzione del magistero ecclesiastico (a partire dal libro intitolato Infallibile?). Küng non è stato scomunicato né è stato messo a tacere (peraltro, tutti gli editori più importanti dell’Occidente scristianizzato hanno pubblicato e diffuso le sue opere), e non c’è ragione alcuna per la quale egli debba presentarsi ed essere presentato come una vittima della repressione da parte della gerarchia ecclesiastica.

Per disegnargli intorno alla testa l’aureola della santità, Enzo Bianchi parla di Küng come di un protagonista del Vaticano II, facendo finta di ignorare che un concilio ecumenico è un’espressone solenne del magistero ecclesiastico (protagonisti ne sono soltanto i vescovi, e i documenti approvati al termine dei lavori hanno un eminente valore per la dottrina della fede in quanto convocato, presieduto e convalidato dai Papi) e non un convegno internazionale di teologi (Hans Küng, come “perito”, non ha avuto nel Concilio né voce né voto). Insomma, Enzo Bianchi vorrebbe far credere che Küng, malgrado i suoi meriti teologici, non avrebbe ottenuto dall’autorità ecclesiastica la benevolenza e i riconoscimenti che gli spettavano; addirittura, insinua Bianchi, alla Chiesa conveniva mettere Küng, piuttosto che il suo collega Ratzinger, a capo della congregazione per la Dottrina della fede.

Sono assurdità che possono andar bene solo per i lettori della Stampa (quotidiano di collaudata tradizione massonica), ai quali non importa nulla della fede cristiana ma sono ben contenti di vedere la Chiesa cattolica in preda a una profonda crisi dottrinale e disciplinare, sperando che tutto ciò affretti la sua definitiva scomparsa dalla scena sociale e politica. Ma Bianchi è ospitato anche dalla stampa cattolica, e in quella sede l’assurdità di cui parlavo dovrebbe essere percepita da qualcuno.

Qualcuno dovrebbe rinfacciare a Bianchi l’ipocrisia di presentare come vittima del potere ecclesiastico senza dire che il teologo svizzero non ha mai voluto riconoscere la legittimità (cioè l’origine divina) di questo potere, che ad altro non serve se non alla custodia fedele e alla interpretazione infallibile della verità che salva. Bianchi si guarda bene dal riferire tutte le contumelie e gli insulti che Hans Küng è solito scrivere (anche in italiano, sul Corriere della Sera) contro quei papi (soprattutto Paolo VI e Giovanni Paolo II) che non gli hanno dato ragione (e come avrebbero potuto?).

Il dialogo nei limiti del politically correct

APPUNTI SUL “MAGISTERO” DEL PRIORE DI BOSE

di Pietro De Marco

1. Due cose colpiscono nella querelle sorta attorno alle critiche mosse da Antonio Livi a Enzo Bianchi, occasionate da un articolo di Bianchi, su “La Stampa” dell’11 marzo, sulla nuova edizione di “Essere cristiani” di Hans Küng.

La prima è la difficoltà di Enzo Bianchi a valutare autocriticamente la portata dei suoi interventi, sia che cadano su un terreno ricettivo (dove attecchiscono senza che lui per primo ne possa controllare i frutti) sia che arrivino a menti e ad ambienti critici nei suoi confronti, ove vengono di regola, ma legittimamente, valutati con allarme se non con ostilità. Su questo punto tornerò.

La seconda è la preziosa occasione di riflessione e mediazione che “Avvenire” poteva mettere a frutto, ma ha mancato. Marco Tarquinio, il direttore del quotidiano della conferenza episcopale italiana, ha perso (e in modo irragionato e scomposto: da vecchio collaboratore del giornale me ne dolgo) l’opportunità di offrire finalmente uno spazio al severo, duro, dibattito che percorre la Chiesa cattolica da alcuni anni su questioni della massima importanza: in primo luogo la quotidiana diluizione della “fides quae” (cioé dei contenuti della dottrina della fede) che avviene per molte vie e, non secondariamente, attraverso la manipolazione militante o abitudinaria del Vaticano II.

L’”Avvenire” di Tarquinio preferisce invece incrementare nei cattolici italiani una koinè magmatica di “sociale” e “spirituale”, senza domandarsi se il bagno nell’emozionale attivistico e nei fasti dell’ecclesialese che – con eccezioni – vi dominano, non si accodi alla perdita di rigore dell’intelletto cattolico di questi anni, e non stenda una patina opaca anche sulla forza e determinatezza dell’insegnamento papale.

Può darsi che la valutazione che Livi ha dato della “predicazione” di Bianchi (in effetti inarrestabile, assillante, per cento canali) abbia ecceduto in durezza. Livi recentemente ha pubblicato un importante volume sulla teologia come scienza della fede (contro le derive di quella “filosofia religiosa” venduta per teologia che infesta le facoltà cattoliche e molta produzione teologica), libro di cui “Avvenire” non ha finora parlato e che le librerie cattoliche si guardano bene dal mettere in evidenza. Da un’intelligenza esercitata al rigore come quella di Livi non sorprende che sia arrivata una reazione dura, nell’attimo in cui il fenomeno deprecato gli è sembrato superare ogni soglia di tollerabilità.

Questo traboccare, lo sappiamo, può essere provocato anche solo da una goccia. Anch’io avevo messo da parte l’articolo di Bianchi su Küng: un episodio, non così minore, di mancanza di responsabilità non solo nei confronti dei tanti che bevono le sue parole ma della sua stessa intelligenza. Chiedo: si può scrivere di Hans Küng su un giornale (che prevede una quota di lettori occasionali e non sistematici di ciò che si scrive) senza prendere esplicitamente da lui le distanze, e non tanto per opportunità ma per l’obiettiva pericolosità di un autore che ha prodotto danni enormi alla Chiesa? Non è legittimare, anzi incentivare presso il lettore (magari un “sincero cercatore di Dio”) la lettura di qualsiasi altra cosa di Küng, dai pamphlet più insidiosi e in odore di eresia alle piatte eppure maliziose compilazioni storico-religiose, dalle costanti e insolenti aggressioni a Roma ai velleitari progetti di “etica mondiale”? Non prevale in Bianchi, in questi casi, una presunzione di “magistero” divenuta talmente automatica da mettere, come Livi ha denunciato, sullo stesso piano Küng e Roma, giocando cioè a una sorta di superiore terzietà? Una goccia, magari, nel mare degli interventi del priore di Bose, eppure un brutto sintomo.

2. A suo tempo avevo lasciate “pro bono pacis” nel mio cassetto delle annotazioni sulle pagine iniziali de “La differenza cristiana”, un lettissimo volumetto di Bianchi pubblicato da Einaudi nel 2006. Ora è forse il momento di usarle. Nessun processo all’autore; ma una conferma di quell’enunciare incoerente o equivoco che, a più modesti livelli, sta corrompendo il laicato colto e settori del clero delle generazioni di mezzo, anzitutto.

Si possono sottolineare già le coordinate offerte dall’indice del libro: 1. “Una laicità del rispetto”, ove si indulge in formule problematiche come “laicità, una garanzia per la religione”, o “chi minaccia il cristianesimo” fino a “l’etica, un dono dell’esperienza”; poi: 2. “La differenza cristiana” in cui, dopo aver ricordato che “la fede non si impone”, si insiste sul dato che “i cristiani non sono perseguitati” e si proclama: “Siate profeti, ma non entrate in politica”; per finire con: 3. “Dialogare e accogliere l’altro”, ove colpisce la formula “un solo Dio, molti modi per dirlo” e altre del tipo “sei diverso da me, quindi ti accetto”. Verrebbe da dire sorridendo che siamo nel cuore del cattolicesimo politicamente corretto. Ma non è più l’ora di sottovalutare il peso di alcune di queste formule che, per usare un’immagine, non stanno a galla ma trascinano sul fondo coloro che vi si aggrappano.

Sottolineo subito la piega anti-apologetica di Bianchi. La tensione e l’assuefazione anti-apologetica non vanno considerate una virtù. Come è enorme la ricchezza che l’apologetica ha donato alla Chiesa (dai primi Padri ad Agostino, nei secoli, fino agli intelletti che guidarono le grandi conversioni nella cultura europea tra Otto e Novecento), così il suo mancato esercizio ha snervato, reso incolto e intimistico l’intelletto cristiano comune. Per Bianchi invece, nella da lui temutissima sfida laici-cattolici, la Chiesa rischierebbe di sentirsi “costretta ad esprimersi” (!) in modo apologetico, e con ciò a non essere più capace di sostenere in termini di pacifico confronto la sua collocazione nella “compagnia degli uomini” (pp. 3-4).

Naturalmente, per Bianchi, molto della conflittualità è da imputare alla Chiesa, a un suo “presenzialismo” che privilegia “tematiche e linguaggi di scontro”, una opzione – si suggerisce – gratuita e irresponsabile. Proseguendo su questa strada “ne patirebbe la stessa evangelizzazione” (p. 4). Da ciò il lettore ricava che il parlare a voce alta dei due recenti pontificati e di alcune conferenze episcopali non ha ragion d’essere nel merito ed è contrario all’autentica pastorale.

Sintomatico esordio per tutto il volumetto: assenza di diagnosi dell’attualità storica – che la Chiesa dovrebbe leggere meramente come un’astorica “compagnia” – e una concezione della differenza cristiana esonerata, forse perché immunizzata, dalla dimensione critica, se non quella indotta dall’intelligencija e molto praticata da Bianchi: libertà civili, democrazia, pacifismo, declamazione giustizialista, pauperista e simili.

Certo, Bianchi condanna l’eccesso libertario (”reificazione della libertà”), poichè i cristiani credono che in ogni essere umano vi sia una legge, un ethos non rivelato, non scritto, non codificato, eppure “presente ed eloquente”. In questo consisterebbe l’universalità stessa dell’umano. La Chiesa è di conseguenza “presidio di autentico umanesimo”. Ma come? Egli dice: come spazio di dialogo e di recupero di principi condivisi, luogo di confronto tra etiche e atteggiamenti individuali. In Bianchi, la concessione alla Chiesa d’essere presidio di umanesimo e l’accettazione di una sua funzione pubblica (“patrimonio di sapienza non destinato a restare negli spazi del culto privato”) prendono subito la strada vetero-habermasiana dell’agire comunicativo. Non si capisce come possa un “presidio” coincidere a priori con un’arena o una funzione di confronto di etiche e atteggiamenti individuali: arena ove la materia da presidiare non può che essere questa stessa funzione dialogica, in sé protettiva di qualsiasi contenuto e atteggiamento messo correttamente in campo. Neppure Habermas è più convinto che la Verità sia mero “Diskurs”.

D’altronde un “presidio”, se il termine non è solo retorico, suppone un pericolo e un’azione di prevenzione e difesa; che è altro dall’apertura di spazi dialogici fini a se stessi. Sfugge a Bianchi che solo l’agire recente, anche conflittuale, della Chiesa è la negazione di quel confinamento al culto privato che egli teme, e che la dimensione di “setta per quanto influente” è proprio ciò che la recente politicità della Chiesa cattolica nega. Ma chi legga attentamente Bianchi sa di non potersi attendere molta consequenzialità argomentativa in un quadro ideologico pur coerente.

Per Bianchi, naturalmente, non v’è contraddizione tra fedeltà alla Chiesa e attaccamento all’istanza di laicità. Il priore critica la laicità alla francese, ma la “giusta laicità” sarebbe di “grande giovamento alla Chiesa”. I cristiani vi troverebbero protezione contro l’utilizzo della fede come “religione civile”, termine con cui egli designa del tutto erroneamente l’uso strumentale della religione da parte di quanti “misconoscono nuovamente la distinzione tra Dio e Cesare”. Sullo sfondo del conflitto attuale egli evoca ancora gli eccessi del cesaropapismo e della teocrazia latina medievale. Vi sarebbero, secondo Bianchi, forze che vogliono un ruolo dominante della Chiesa, cioè che non vogliono che la Chiesa mantenga viva la forza profetica, la memoria eversiva del Vangelo. Le istituzioni religiose verrebbero piegate alla “mediazione”, con una vicendevole “strumentalizzazione” di poteri religiosi, politici e sociali (pp. 14-15). Tutto ciò sarebbe contrario alla parola, profezia liberante, che chiede la rinuncia agli idoli societari.

Questi luoghi comuni non rappresentano solo una confusione estrema – come qualsiasi studioso coglie – tra teocratismo, disciplinamento religioso della società, religione civile, come tra mediazione politica e “strumentalizzazione” delle parti. In tutto il corso del libretto si invocano, come formule di rito, dialogo, ethos e spazio sociale condiviso; e naturalmente “integrazione”, nelle scontatissime pagine sui rapporti interetnici. Paradossalmente, questo corpo retorico che si sviluppa attorno all’espressione “presidio” è affine, senza che Bianchi lo sospetti, al vero quadro ideologico della moderna religione civile: “religione” subordinata alla “volonté générale” di una comunità roussoviana senza conflitto.

Dunque la Chiesa sarebbe “presidio di autentico umanesimo” da esercitare nello spazio pubblico; ma presidio vacuo, poiché ogni sua azione autorevole, se in contrasto con la “volonté générale”, sarebbe in sé, per Bianchi, “spegnimento di profezia” e “sacrificio agli idoli societari”. Nell’idea che “la profezia della Chiesa” si dia nella conformità alla “volonté générale” hanno creduto, a lungo, tutte le subculture cristiane subalterne dell’intelligencija rivoluzionaria. Oggi è tutto dimenticato, ma la religione civile che pretende il dominio è sempre quella dell’intelligencija (dei diritti emancipatori, oggi), mentre è difficile per la Chiesa esercitare il proprio “presidio” pubblico. Né sarà possibile che lo eserciti mai se seguirà il canone di Bianchi: “I pastori chiedono di essere ascoltati, consigliano, mettono in guardia ma non pretendono che la legge evangelica [ma non era il diritto naturale, "ethos non rivelato, non scritto, eppure eloquente" universalmente? - p.d.m.] sia tradotta in legge vincolante per tutti”.

“Evangelizzazione e dialogo, dunque!”. Ma come e su che cosa, se la preoccupazione maggiore è che “la definizione della verità [per Bianchi “prodotta e definita dalla Chiesa stessa” (p. 92)] rischia di sostituirsi alla Verità vivente, Gesù Cristo risorto”? La sudditanza ai “valori” dell’azione politica dell’intelligencija unita alla de-dogmatizzazione sono una pericolosa miscela, che non sarà Bose a trattenere sull’orlo del precipizio fideistico. Nel suo più recente libro “Per un’etica condivisa”, pubblicato nel 2009, il priore di Bose mostra, infatti, che anche in lui la scivolata prosegue. A p. 46 generosamente sostiene che è ancora possibile “raggiungere al cuore del loro vissuto ordinario” gli uomini di oggi: “È ancora possibile rendere conto di un legame vitale con una presenza invisibile che i credenti chiamano Dio. Certo, per fare questo appare oramai infruttuosa se non addirittura impraticabile la via dell’esposizione della dottrina e della dimostrazione dei dogmi”. Ovviamente la strada è, invece, quella del restare “attaccati” a “un Dio soprattutto raccontato, spiegato da Gesù Cristo”.

Che poi il Dio “raccontato, spiegato” da Gesù sia, anche nelle omelie dei parroci poco provveduti, il Dio del “forse Gesù non ha detto questo”, del “probabilmente non è avvenuto quello che l’evangelista racconta”, cioè della critica biblica orecchiata, diffusamente maneggiata senza criteri ermeneutici e senza teologia, insomma il Dio di un Gesù ricostruito arbitrariamente, a Bianchi non interessa. Né gli interessa, sul terreno dei fondamentali, che il Concilio Vaticano II non abbia annullato il rapporto necessario tra Scrittura e Tradizione, che solo può garantire la vera “doxa” sul “Dio spiegato da Gesù Cristo”. Purtroppo, su questo terreno, l’impietosa lettura di Livi tocca difetti e pericoli reali.

3. Sarebbe stato meglio per Bianchi non arroccarsi nel: “Io? quando mai?”. I “maestri” devono adattarsi, ormai, a un altro regime comunicativo e a maggiore autocontrollo; meglio se anche a una maggiore riflessione. Egualmente chi li pubblica.

Scrivo questo con dinanzi agli occhi anche l’ultima sortita pubblica di Bianchi, su “La Stampa” della domenica di Pasqua. L’articolo-omelia è per gran parte opinabile nei limiti della legittima diversità tra tutti noi. Personalmente, né da un giornale né da un pulpito vorrei sentirmi dire che nella Pasqua i cristiani “innanzitutto leggono una storia di passione e di morte”. Ritengo evidente che nella Pasqua i cristiani anzitutto rivivono la resurrezione e “leggono” ciò che in apertura della veglia pasquale recita l’Exultet, quando invoca uno squillante, regale annuncio “pro tanti Regis victoria”. Sarà la diversità delle nostre sensibilità comunicative, o qualcos’altro, che il finale dell’articolo di Bianchi rivela?

In effetti il priore di Bose poteva arrestarsi sulla battuta “politica” contro il Crocifisso come “simbolo culturale”, un tema complicato del genere “religione civile”, per affrontare il quale si richiederebbero categorie giuste. Pazienza. Ma egli si avventa sul terreno della testimonianza cristiana del Risorto: i cristiani ricordano e si dicono – scrive – “semplicemente questo: l’amore vissuto da Gesù ha vinto la morte… Gesù era umanissimo e ciò che aveva di eccezionale non era di ordine religioso [che significa? è un escamotage per evitare di dire che non era di ordine soprannaturale? - p.d.m.] ma umano. È con la sua umanità che egli, il Figlio di Dio e la Parola diventata uomo come noi, ci ha portato a Dio”. Per un cristiano augurare la buona Pasqua sarebbe, quindi, affermare: “Vorrei dirti che l’amore vince la morte”.

La protezione che l’inciso “il Figlio di Dio e la Parola ecc.” esercita sulle 14 righe finali dell’articolo è minima. Restano la romanticheria dell’enunciato: “l’amore vince la morte”, tutto minuscolo, pura enfasi adatta a tutti gli approdi, aperta a tutte le concezioni, da quella delle lettere giovannee al clima del romanzo rosa e della canzonetta. Quale “amore”? E quale “morte”? Abbiamo riflettuto e battagliato su morte e antropologia cristiana per anni, perche i “maestri” arrivino a dirci queste miserie? Qui non c’è neppure il buon senso (o il coraggio, su un quotidiano laico) di introdurre le maiuscole come a suggerire che, comunque, si intendono la vetta incarnata dell’Agape e la visione della Morte propria, poniamo, della teologia paolina della redenzione: “Ubi est mors aculeus tuus, ubi est mors victoria tua?”.

L’affermazione, poi, che “ciò che Gesù ebbe di eccezionale fu di ordine umano” è follemente equivoca. È la ripetizione di un topos del protestantesimo liberale. È per questo che Bianchi non dice che Gesù ha vinto la morte, ma che “l’amore vissuto da Gesù” lo ha fatto, cioè che a salvarci è stata semplicemente l’esperienza amorevole dell’umanissimo Gesù. Davvero i “teologi” del Gesù solo amore – questi neopietisti postmoderni – pensano che per vincere la Morte non sia stato necessario il Signore della Storia?

Il tutto è irresponsabilmente ai margini, se non fuori, della cristologia dei grandi Concili, di quei fondamenti trinitari e cristologici irrinunciabili la cui alterazione, frequente, conduce sempre a una predicazione dimezzata e infantile, a un cristianesimo informe, alla corruttela “teologica” dei best seller di un Vito Mancuso. Così, a cascata. Solo l’intervento di Pietro, temo, solo il “confirma fratres tuos” potrà fermare questa incosciente, gaia e stolida, caduta collettiva.

Firenze, 9 aprile 2012

Thursday, February 09, 2012

Individualismo e vita consacrata

G. MUCCI, Individualismo e vita consacrata, La Civilta' cattolica, 2005 II, 153-158.

(...)
R. Bellah ha distinto due aspetti o modalita' (Habits of the Heart. Individualism and Commitment in American Life, Univ. of California Press, 1985). C'e' un individualismo utilitaristico, fondato sul lavoro, attento a valutare rischi e possibilita' di successo, che subordina sentimenti ed esigenze agli interessi pratici. E c'e' un individualismo espressivo, che non nega la ricerca del successo, ma concede maggiore spazio alle varie esperienze che la vita permette e ai godimenti e ai piaceri.
(...)
Trattandosi di religiosi, si deve notare che il ruolo dell'autorita' non e' finito, ma va ripensato non ripetendo semplicemente i luoghi classici dell'ascetica (obbedienza, mortificazione, umilta'), ma tenendo in seria considerazione il nuovo orizzonte della liberta' individuale imposto dal clima culturale (...)Percio' il nuovo nome dell'autorita' non e' l'imposizione, ma la persuasione.

Wednesday, December 28, 2011

Equivoci su comunita' e missione

Cosa si intende precisamente quando si dice che il soggetto della missione e' la comunita'?Che la missione e' fatta dalla comunita' e non dall'individuo?

Non ci sono forse molti fraintendimenti o preconcetti ideologici, quando si parla di missione e comunita'?

Si prega di meditare i due posts qui sotto.

Community, Mission and the Individual

"Karl Barth clearly put the election of the Church (the community) before that of the individual (Church Dogmatic II/2, 195-305). In some way, therefore the community becoms mother of the faithful. In itself this is not wrong, but Catholic thought complements it: here the community's place is occupied by a person, most concretely by the Mother of Jesus; her mission is also to be the mother of his brothers, of his 'Mystical Body'(...). (...)This can be illustrated by the mission of Abraham. (...)It is impossible to discover which is prior in God's plan: the election of the individual for his universal mission or the election of the 'great nation' (Gen 12:2f) that is to result from that mission. The universal mission only exist as the pr longation of the person, and the person only exist through being thus prolonged in the mission.
(...)No longer do we simply have a number of individuals forming a community on the basis of a shared specific nature and the relation between the sexes. Rather, every individual who has been personalized in Christ has within him a sphere of community in virtue of his mission, for the mission proceeds from the individual member (that is from each person and its goal is the entire Body.
(H. U. von Balthasar, Theo-Drama, III, 273ff)


共同体と宣教と個人

「カール・バルトははっきりと教会(共同体)の選びを個人の選びに先行させている(Church Dogmatic II/2, 195-305)。従って、ある意味で共同体は信仰者の生みの母親となる。これは、それ自体で間違っていないが、カトリック思想はそれを補足する。カトリックにおいては共同体の場は一人の個人によって占められている。それは、最も具体的な意味でイエスの母である。彼女の使命はイエスの兄弟、その『神秘体』の母となることでもある(...)。(...)これは、アブラハムの使命にたとえることができる。(...)神の計画には何が先行するか、普遍的な使命に向けての個人の選びか、それともその使命から生まれる『大いなる国民』(創世記12・2)の選びか、を突き止めることは不可能である。普遍的使命は存在するのは、個人の延長線においてのみであり、個人は存在するのは、使命に延長させられることを通してのみである。
(...)もはや、我々はただ単に、共有される種的本性と男女の関係に基づいた共同体を形成する数々の個人を持っているわけではない。むしろ、我々は持っているのは、キリストによって人格付けられた各々の個人である。宣教使命は個人のメンバー(つまり各個人から、そしてその目標は『体』全体である)から発生(proceed)するがゆえに、各個人は、使命のゆえに、共同体の本分を自分のうちに持っている。(H. U. von Balthasar, Theo-Drama, III, 273ffからの私訳)



"D. THE INDIVIDUAL
I. The Pathos of the Christian Individual

(...)We began by considering Christ, the unique individual in world history who becomes universally present and universally necessary. We went on to consider the feminine answer he receives, an answer given by a single woman. Only on the basis of this primal encounter did what we call 'community' come about - facilitated by other individuals, namely, the first disciples. However firmly these individuals may have been anchored in a given (Jewish) community - with the result that the event took place 'in the fullness of time' - the fact remains that the event as such was brought about uniquely by them, by individuals; it continues to rest upon them.
To this extent, a very particular pathos attacches to the 'individual' in the Christian context. (...) In Christian terms, community can only be a community of disciples, and such community must begin in particularity; moreover, it must CONTINUE in particularity, for this is how Christ's path began, proceeded - and ended.
(...)This will give us a new perspective on the Church and on life in the Church. (...)though she is Christ's community of love, che consists of individuals who live their lives following the solitary Christ.


D.個人
I キリスト教的個人のパトス

「我々は、普遍的に偏在するようになり、必然的な存在となった、世界史におけるユニークな個人、キリストを考察することから話を始めた。そこから、彼が一人の女から受けた女性的答えを考察することに進んだ。この原初的出会いにおいてのみ、我々は共同体と呼んでいるものが生じた、他の個人、つまり最初の弟子たちに助けられて。これらの個々人は、(ユダヤ教的)共同体にどれほど支えられたせよ、結果的に出来事は「時が満ちる」中で起こったにせよ、出来事そのものは生じさせたのは個人としての彼らであった事実は変わらない。そして、現在に至るまで個人の彼らを土台として続いている。その限り、キリスト教においては『個人』には極めて独特なパトスが付きまとっている。(...)キリスト教的な意味で、共同体は弟子の共同体でなければならず、そのような共同体は特殊性から始めなければならない。しかも、特殊性の道を歩み続かなければならない。なぜなら、それはキリストによって始められ、続けられ、終えたであるから。(...)これで、我々は、教会そして教会における生活について新しい視点を得たのである。教会はキリストの愛の共同体であるにせよ、教会は孤独なキリストに従って生活し、人生を生きている個々人から構成されている。


a. Community and Mission

The Eleven who, at the end of the Gospel of Matthew, are given the exalted Lord's command to go forth are rent asunder by centrifugal force.

b. The Situation of the Witness

So it can happen that an individual, sent out into a non-Christian world or finding himself there against his will, can follow his Lord by representing the Church as such.
(...)Witness, martyrion, is always the individual's response to Christ, but it is always made in teh name of the Church and concretely represent her. Whether the martyrdom is bloody or unbloody, the person who gives it, staking his whole existence on it, speaks and 'acts', not for himself, but IN PERSONA ECCLESIAE. The Church is concentrated in this individual; he steps forth in her name, with or without an explicit commission.
(H. U. von Balthasar, Theo-Drama, III, 447ff)


a.共同体と宣教使命
マタイ福音書の終わりで、栄光を受けた主から派遣された11人は、遠心力によって離れ離れになる。

b.証人の状況
従って、次のようなことが起こりうる。ある個人は非キリスト教的世界に送られ、それを望まなくても、教会そのものを代表することを通して、自分の主に従うということ。
(...)証し、殉教はいつも個人のキリストへの答えであるが、それはいつも教会の名においてなされ、具体的に教会を代表(表示)する。証し(殉教)は流血を伴うあるいは伴わないにせよ、自分の全存在をかけながら、それを行う個人は、話するのは、行為するのは、自分ゆえにではなく、『教会に代わって』(in persona Ecclesiae)である。教会がこの個人に凝縮されるのである。彼は教会の名において、明示的な委嘱があってもなくても、足を踏み込むのである。


Thursday, December 22, 2011

Witness of the individual

"In this most extreme situation, where the individual has to represent the Church without being adequately seconded by the Church herself (as a community and as an institution), we have one of the high points of theological drama. (...)
Such a situation was found in the early centuries and has been reproduced ever since. Yet it is surpassed by the bitter experience of individuals who find themselves deprived of this companionship, not as a result of external force, but because of a substantial, inner lack of genuine Church fellowship.
Here the individual has to bear witness to the authentic Church of Christ in the face of an environment that mistakenly imagines it is of the Church."
H. U. Von Balthasar, Theo-drama, III, p. 455


個人の証し

「個人が、(共同体として、制度としての)教会自体から十分に支えられることなく、教会を代表(表示)しなければならいという最も極端な状況において、我々は神学的ドラマの最高の地点の一つをもっている。(...)このような状況は初代教会にもあったし、現在にいたるまで絶えず繰り返される。ところが、それを超える状況はある。それは、外的強制力からではなく、教会内の本物の交わりの欠如のゆえに、仲間の支えを奪われる個々人の苦い体験である。
そこで、勘違いして教会らしいものであると思われる環境に対して、個人がキリストの本当の教会の証しを立てなければならないのである。(H. U. Von Balthasar, Theo-drama, III, p. 455)


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Monday, June 28, 2010

Santificazione o sfruttamento del basso clero?

Autore: A. Castegnaro
Titolo: Il prete: disagio e trasformazione. Ridare forma al presbiterio

Riferimento: Regno-att. n.12, 2010, p.414

Raccogliendo i frutti di molti studi e inchieste sul clero, Alessandro Castegnaro – presidente dell’Osservatorio socio-religioso del Triveneto (OSRET) – evidenzia il disagio dei preti in Italia. Si sentono spesso uomini «in trincea», chiamati a muoversi con prudenza, ma spesso da soli e senza il sostegno dell’istituzione e degli altri preti.
(...)
Ne emerge un quadro complesso di profonda trasformazione della Chiesa nelle sue figure istituzionali e nella vita comunitaria. Tale trasformazione in atto non può essere evitata: essa richiede da un punto di vista sia giuridico sia ecclesiale un accompagnamento interpretativo e un governo responsabile.

-------------------------------------------
Esiste oggi un serio problema di qualità delle relazioni
nella Chiesa. Esso ha due risvolti, uno dei quali riguarda
le relazioni di carattere verticale (con l’autorità)
e l’altro quelle di carattere orizzontale (tra preti, nel presbiterio).
Sul primo è difficile raccogliere opinioni chiare
tra i preti. Sui rapporti con l’autorità essi preferiscono
restare abbottonati e rifugiarsi su formulazioni moderate,
che alludono a rapporti «abbastanza» buoni con il
proprio vescovo. Tra i numerosi aspetti che si potrebbero
approfondire quello che forse è meno noto, ma che
genera molta sofferenza, è la mancanza di un sistema
chiaro di premi e di punizioni. Dalle indagini sul burnout
questa dimensione è risultata essere del tutto inesistente
(cf. RONZONI [a cura di], Ardere, non bruciarsi). I
riconoscimenti quando si è operato bene sembrano
mancare. Tutto è sempre dovuto. L’impegno profuso
non viene riconosciuto (e non solamente dall’autorità) e
l’apprezzamento non viene percepito.
Chi opera in modo
insoddisfacente, salvo casi estremi, è trattato allo stesso
modo, o così pare.
La questione del mancato apprezzamento
è particolarmente sentita nel rapporto tra parroci
e preti giovani alle prime esperienze, che si percepiscono
al di sotto delle attese sviluppate nei loro confronti
(qualcosa che avviene spesso anche negli istituti religiosi
e all’interno delle famiglie, nel rapporto genitori-figli).
Va detto che è tipico di tutte le organizzazioni istituzionalmente
altruistiche essere poco attente a riconoscere
l’apporto dei propri membri.
Il fine, l’ideale a cui sono
votate, assorbe tutte le altre considerazioni. È un
aspetto a cui si dovrebbe invece prestare attenzione.
Il giudizio critico espresso nei confronti del livello
delle relazioni negli ambienti ecclesiastici emerge con
particolare evidenza a proposito dei rapporti tra preti.
Esiste un certo numero di preti che non ha rapporti significativi
con i propri confratelli o che non li sente vicini
(circa uno su quattro).
Più in generale le relazioni si
sviluppano in funzione delle attività da svolgere e poco
in funzione dell’ascolto reciproco. Vi è la tendenza a
considerare più il ruolo che la persona. Alcuni preti parlano
di una «mentalità da caserma». Le relazioni sono
povere. C’è poca stima e la superficialità dei rapporti favorisce
il pregiudizio.
In tutto questo c’è molto di maschile
e una lettura di genere della problematica presbiterale
sarebbe molto utile. Un aspetto che mi ha sempre
colpito è che i preti, nei confronti dei propri confratelli,
si pongono in modo fortemente giudicante. La situazione
più diffusa è perciò la paura del giudizio. Parlare vuol
dire essere giudicati. Quello che fai viene visto dagli altri.
Introdurre cambiamenti nella propria vita, ad esempio
al fine di stare meglio, è difficile proprio a causa di
questa paura. Come si è espresso un prete: «Noi che siamo
i professionisti dell’accoglienza non facciamo altro
che giudicare»
. Molti preti pensano che non vi sia speranza
di cambiare le relazioni con i confratelli.
Si manifesta
un atteggiamento di sfiducia e di rinuncia, un desiderio
d’immobilità. E questo è un fatto grave.
È in questo quadro che si colloca la scarsa disponibilità
per la vita assieme ad altri preti che le ricerche documentano,
al di là di una dichiarata ma generica (e
probabilmente calante) valutazione positiva per le unità
pastorali. I preti non vogliono vivere con altri preti.
La
solitudine è ricercata anche perché è rassicurante: impedisce
che i confratelli osservino i propri disagi, quando
vi sono.

(...)
In effetti viene da chiedersi, o almeno
a me è successo di chiedermi, lavorando su questi
temi: ma c’è qualcuno che vuole bene al prete? Qual
è la comunità del prete? È il presbiterio? Può essere il
presbiterio?
(...)
L’immagine eucaristica del prete «mangiato»,
«spezzato», se non è vissuta con equilibrio – in quanto
ideale che esiste certo, ma non come «dovere» e figura di
ruolo da attuare qui e ora – rende difficile quel tanto di distanziamento
dal ruolo, quella sana distinzione tra persona
e ruolo sociale, che sono necessari per conservare il
proprio equilibrio e che sono tutt’altra cosa della spersonalizzazione.
Si ha la sensazione, invece, che alcuni vivano
tale distanziamento, il bisogno di proteggere il proprio
equilibrio personale, la ricerca di soluzioni che consentano
di vivere meglio, il rifiuto della sindrome del «bed at the
church», come prove della fragilità della propria vocazione
e che ciò li faccia soffrire.
(...)
Il modo in cui viene proposta ai preti l’immagine ideale,
come se l’adeguarsi a essa fosse un obbligo morale e non
un dono della grazia, d’altra parte, potrebbe essere anche
all’origine di quella ipertrofia del giudizio cui abbiamo accennato,
della mancanza di carità tra presbiteri. È come
se, nel momento in cui si diventa preti, le debolezze non
fossero più ammesse. L’immagine ideale non lascia spazio
a mediazioni e a incertezze. Tu sei prete! Per te tutto è dovuto!
La tua disponibilità o è totale o non è! Se sbagli ti
senti giudicato, anche se in forme nascoste. Se fai bene,
niente ti deve essere riconosciuto.
Ci sarebbe bisogno di
ascolto, di molto ascolto. Non è un caso che i preti, quando
si chiede loro di disegnare la figura ideale del vescovo
indichino innanzitutto la capacità di venire ascoltati.
(...)
Le questioni indicate sono ormai «mature», nel senso
che sono presenti da tempo. Hanno bisogno di essere affrontate
seriamente e per quello che sono: problemi che
hanno a che fare con l’umanità del prete e con la vita della
Chiesa in quanto sistema di relazioni, senza illudersi
che le soluzioni possano essere puramente di natura spirituale,
né che il controllo dei casi di più evidente deterioramento
personale possa bastare. I preti si attendono indicazioni
più chiare verso quali direzioni nuove s’intende
andare, anche dai loro vescovi; indicazioni in grado di fare
realmente i conti con i cambiamenti avvenuti nel contesto
socio-religioso e nel profilo spirituale del prete, e
con la situazione determinatasi in seguito alla contrazione
numerica dei presbiteri; soluzioni che evitino di cullarsi
nell’idea che qualche santo alla fine provvederà.

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Commento:

Se il "basso clero" trattasse la gente come vengono trattati dai loro superiori, un gran numero se ne sarebbe gia' andata.
Se non sbaglio anche il ruolo del vescovo o del superiore religioso e' una forma pastoralita'. Oltre a fare prediche ogni tanto dovrebbero anche dare l'esempio. o no?

Sunday, June 13, 2010

Problemi missionari

“Chi è il missionario oggi?”
di padre Piero Gheddo*

ROMA, venerdì, 11 giugno 2010 (ZENIT.org).- La famiglia è in crisi, siamo nel sottozero demografico. “l’Italia sta andando verso un lento suicidio demografico”, dice il Presidente della Conferenza episcopale italiana, il card. Angelo Bagnasco (25 maggio 2010). Ci sono pochi bambini ed è inevitabile che diminuiscano i preti, le suore, i giovani che consacrano la loro vita a Dio e alla Chiesa. Gli istituti missionari vedono diminuire anche i missionari italiani, proprio negli anni in cui i vescovi dei territori missionari chiedono nuovo personale missionario (vedi l’articolo “Al Pime undici preti nuovi e nessun italiano” in ZENIT del 7 giugno scorso).
Si dice spesso che oggi il “missionario” ha fatto il suo tempo: la Chiesa è fondata in ogni parte del mondo e il compito della missione passa alle Chiese locali e alla comunione fra le Chiese. E’ una delle tante indebite assolutizzazioni del post-Concilio, che non corrisponde a verità: la realtà infatti dice tutto il contrario. Vorrei mi si spiegasse come mai il solo Pime, che è uno dei tanti istituti missionari, negli ultimi trent’anni è stato invitato a mandare missionari nei seguenti paesi in cui non eravamo presenti: Papua Nuova Guinea (ci siamo andati nel 1981), Taiwan (nel 1986), Cambogia (nel 1990), Messico (nel 1991), Colombia (ma era da poco iniziata la missione in Messico e non siamo andati), Algeria (nel 2006); e l’Istituto ha rifiutato altri inviti da Corea del Sud, Malesia (Borneo), Kazakhistan, Angola, Etiopia, Libia, Senegal, ecc. (per non ricordarne diversi altri dell’America Latina).

Contra factum non valet argumentum, dicevano i latini: la realtà contraddice la teoria che il missionario è una figura d’altri tempi, non più attuale nella Chiesa. E’ vero che la missione alle genti è cambiata molto anche dal Concilio ad oggi, ma cambiano anche gli istituti missionari ed i missionari. Andando a servizio delle Chiese locali e dei loro popoli, cambia la formazione dei missionari e cambiano gli stessi istituti. Comunque a me pare che, proprio in questo tempo di globalizzazione (il mondo che diventa un piccolo villaggio), il missionario dovrebbe e potrebbe diventare una figura sempre più attuale, se solo mantenesse, in Italia (e più in genere in Occidente), la sua identità, il suo carisma, la sua carica di entusiasmo evangelizzatore.

Questo oggi è il vero problema di noi missionari e istituti missionari. Chi è il missionario? Nell’opinione pubblica e nella stima comune eravamo gli inviati dalla Chiesa ad annunziare e testimoniare Cristo e fondare nuove comunità cristiane fra i popoli non cristiani: una figura fortemente rappresentativa della fede in Cristo portata agli estremi confini della terra. Oggi siamo un po’ di tutto. Dal tempo entusiasmante del Concilio Vaticano II (1962-1965), che aveva rilanciato con forza la missione universale, in pochi anni siamo precipitati nella confusione di idee del Sessantotto, rimanendo travolti dalle “mode culturali” del tempo. Viviamo nel “tempo dell’immagine”, noi missionari e il nostro “movimento missionario in Italia” non ce ne siamo ancora accorti. Ci siamo resi conto che la nostra “immagine” è decaduta? L’immagine del missionario si è a poco a poco politicizzata e siamo finiti in una marmellata di buonismo, che è diventato la cultura di base del popolo italiano. Sul campo, i missionari continuano il loro lavoro con spirito di sacrificio e di fedeltà al carisma, in Italia l’immagine del missionario cambia, secondo me non li rappresenta più.

Se guardo le riviste missionarie di quarant’anni fa, mi accorgo che gli articoli sulla missione, l’evangelizzazione dei popoli, le conversioni, i catecumeni, le novità delle giovani Chiese, l’annunzio di Cristo nelle culture, la presentazione di figure di missionari e delle loro esperienze, erano alla base delle riviste e dei libri missionari, si parlava spesso di vocazione missionaria a vita e ad gentes, proponendola in modo concreto ai giovani.

Oggi, se cerco nel volume “Bibliografia missionaria”, edito annualmente dalla Biblioteca della Pontificia Università Urbaniana (la seguo da più di mezzo secolo), che monitora gli articoli dell’anno precedente, mi accorgo che di anno in anno diminuiscono le voci “missione”, “evangelizzazione”, “vocazione missionaria”; in compenso aumentano quelle che riguardano temi collaterali (pace nel mondo, sviluppo, aiuti internazionali, debito estero, ecc.).

Ci sono riviste che si dicono “missionarie” e di missionario hanno poco o nulla; “Centri culturali” di istituti missionari che nel corso di un anno organizzano molte conferenze, ma su temi della missione alle genti quasi niente e sui missionari in carne ed ossa nulla; librerie di istituti missionari che si suppone vendano libri missionari al pubblico, che in vetrina mettono tutt’altro; animatori missionari che parlano di “mondialità” e poco o nulla di “missione”; comunità di missionari che hanno perso l’entusiasmo della missione alle genti e la buona abitudine di parlare della loro vocazione, spiazzati dall’indifferenza del mondo moderno. E potrei continuare. E’ una deriva generalizzata della quale non incolpo nessuno, ma che ci ha fatto perdere la nostra identità.

Sono convinto che non esiste nella mentalità comune del popolo italiano una figura più incisiva e più universalmente accolta di quella del missionario e dell’ideale missionario. Ma noi, per timore di essere considerati “integralisti” e per malinteso senso del “dialogo”, non osiamo più parlare di conversioni a Cristo; mortifichiamo le esperienze missionarie sul campo; riduciamo la missione della Chiesa agli aiuti a lebbrosi e affamati; siamo “a servizio della Chiesa locale” ma dimenticando che questo servizio dovrebbe essere soprattutto di animare missionariamente il gregge di Cristo; pensiamo di fare “animazione missionaria” denunziando e facendo campagne nazionali contro chi produce e vende armi e altri temi certo positivi, ma che non sono “animazione missionaria”; in passato nelle solenni “veglie missionarie” alla vigilia della Giornata missionaria mondiale si sentivano le testimonianze dei missionari sul campo, preti, suore, fratelli, volontari laici, oggi capita di sentire che in alcune “veglie missionarie”, organizzate da “gruppi missionari”, si contesta la produzione delle armi o la privatizzazione delle acque e parlano esperti di questi temi. Ma è possibile che un giovane o una ragazza sentano la voce dello Spirito che li chiama a diventare missionari in marce di protesta come queste?

Indro Montanelli rifletteva bene la mentalità comune del suo tempo, quando mi diceva (collaboravo al suo “Il Giornale” e poi a “La Voce”): “Voi missionari siete tutti eroi”, io gli ribattevo che non è affatto vero, siamo uomini come gli altri con una vocazione particolare nella Chiesa. Ma oggi, quando il buon Dio ci manda dei testimoni autentici, i “santi” del nostro tempo da lanciare come “eroi positivi” per colpire l’immaginazione dell’opinione pubblica, l’animazione missionaria “unitaria” li dimentica per non “creare degli eroi” e non cadere nel “trionfalismo”.

Mi viene in mente padre Giuseppe Ambrosoli (1923-1987), missionario comboniano medico di una facoltosa famiglia di industriali (l’industria del miele Ambrosoli) che ho visitato all’ospedale di Kalongo nell’Uganda travagliata dalla guerra. Al quale la rivista che dirigevo “Mondo e Missione” ha dedicato un servizio speciale (dicembre 1987, venti pagine) di Roberto Beretta e altri articoli. Una figura meravigliosa sulla quale è stata pubblicata una rapida biografia alla Emi e poco più; penso a Marcello Candia (1915-1983), anche lui figlio di un padre fondatore dell’industria chimica in Lombardia (all’inizio del Novecento), che dopo una vita da manager industriale vende tutto e va con i missionari in Amazzonia dove spende gli ultimi suoi 18 anni vivendo poveramente e costruendo, fra molti contrasti e opposizioni, opere sanitarie ed educative per i lebbrosi, i caboclos e gli indios: quando è morto (1983) le riviste missionarie gli hanno dedicato poco spazio e una ha scritto: “Ha costruito un ospedale in Amazzonia, ma questo è facile per lui che aveva molti soldi”, ignorando tutto della sua vita di autentico “martire della carità”; penso a padre Clemente Vismara (1897-1988), missionario in Birmania per 65 anni, che i vescovi locali hanno definito “il Patriarca della Birmania” (se Dio vuole sarà beatificato l’anno prossimo); e a tanti altri missionari veramente eroici.

Ma l’“animazione missionaria” non si accorge quasi nemmeno che questi santi del nostro tempo sono tra noi. Ripeto: non accuso nessuno, non è colpa di nessuno in particolare, è una deriva abbastanza generale (contro la quale però bisognerebbe reagire) che spiega molto bene perché il missionario sta perdendo la sua identità e la sua capacità di attrarre giovani e ragazze generosi, innamorati di Cristo, che danno la vita per portare Gesù ai popoli non cristiani. Ma noi missionari ci crediamo ancora davvero al nostro carisma? E dov’è l’entusiasmo per la nostra vocazione carismatica?

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Monday, February 08, 2010

Politica ecclesiastica e saveriana

Il Principe Niccolo Machiavelli

Capitolo XVIII

Quomodo fides a principibus sit servanda.
[In che modo e' principi abbino a mantenere la fede]

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende: non di manco si vede, per esperienzia ne' nostri tempi, quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l'astuzia aggirare e' cervelli delli uomini; et alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

Dovete adunque sapere come sono dua generazione di combattere: l'uno con le leggi, l'altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma, perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Per tanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo. Questa parte è suta insegnata a' principi copertamente dalli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille, e molti altri di quelli principi antichi, furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuol dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l'una e l'altra natura; e l'una sanza l'altra non è durabile.

Sendo adunque, uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende da' lacci, la golpe non si difende da' lupi. Bisogna, adunque, essere golpe a conoscere e' lacci, e lione a sbigottire e' lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Non può per tanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perché sono tristi, e non la osservarebbano a te, tu etiam non l'hai ad osservare a loro. Né mai a uno principe mancorono cagioni legittime di colorare la inosservanzia. Di questo se ne potrebbe dare infiniti esempli moderni e monstrare quante pace, quante promesse sono state fatte irrite e vane per la infedelità de' principi: e quello che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, et essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare.

Io non voglio, delli esempli freschi, tacerne uno. Alessandro VI non fece mai altro, non pensò mai ad altro, che ad ingannare uomini: e sempre trovò subietto da poterlo fare. E non fu mai uomo che avessi maggiore efficacia in asseverare, e con maggiori giuramenti affermassi una cosa, che l'osservassi meno; non di meno sempre li succederono li inganni ad votum, perché conosceva bene questa parte del mondo.

A uno principe, adunque, non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle. Anzi ardirò di dire questo, che, avendole et osservandole sempre, sono dannose, e parendo di averle, sono utile: come parere pietoso, fedele, umano, intero, relligioso, et essere; ma stare in modo edificato con l'animo, che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare el contrario. Et hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione. E però bisogna che elli abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch'e' venti e le variazioni della fortuna li comandono, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.

Debbe, adunque, avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto relligione. E non è cosa più necessaria a parere di avere che questa ultima qualità. E li uomini in universali iudicano più alli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se'; e quelli pochi non ardiscano opporsi alla opinione di molti che abbino la maestà dello stato che li difenda: e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de' principi, dove non è iudizio da reclamare, si guarda al fine. Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e' mezzi saranno sempre iudicati onorevoli, e da ciascuno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo; e li pochi ci hanno luogo quando li assai hanno dove appoggiarsi. Alcuno principe de' presenti tempi, quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell'una e dell'altra è inimicissimo; e l'una e l'altra, quando e' l'avessi osservata, li arebbe più volte tolto o la reputazione o lo stato.