Saturday, June 13, 2026
(多事奏論)空気を読む力 あってもなくても、なぜ疲れる 岡崎明子
(多事奏論)空気を読む力 あってもなくても、なぜ疲れる 岡崎明子
朝日新聞 2026年6月13日
ふりかえれば、新人記者時代の私は、空気を読まなかった。へそ出しのTシャツで出勤したり、大阪府警担当が長かった上司に「警察取材って、意味がありますか」と聞いて本気で怒られたり。
「会社」に染まりたくない。今思えば、ずいぶん幼稚な反骨心だった。職場に漂う目に見えないルールに逆らうより、「従った方が楽だ」と悟るまでに、かなりの年月が必要だった。
だから私は「空気を読めない人」にいらだつ人の気持ちもよくわかる。場の雰囲気を察して気を配っている横で、平然と空気を乱されると「自由すぎる」と憤ってしまうのも無理はない。けれどその怒りを向けるべき先は、「空気を読めない人」なのだろうか。
*
早稲田大学の鄭有希(チョンユヒ)教授らは、日本の組織における「空気を読む」を概念化する論文を発表した。多様な職場で働く158人に自由記述を求めたところ、空気を読む力は、状況に気づく「認知」、調和しようとする「態度」、それに応じた「行動」からなる「重要な能力」として捉えられていたという。
つまり「空気を読む」力は、単なる忖度(そんたく)ではなく、社会的なスキルなのだ。
私たちは小さい頃から、お遊戯や学校生活、就職活動などを通じて、そのスキルを身につけて社会に出る。いや、身につけられた人たちが、多数派として扱われている、と言うべきかもしれない。
発達に特性のある人を取材する機会が多いのだが、言葉の裏や行間を読み取ることに苦労する人は少なくない。友人関係や就活の面接、職場の人間関係でつまずいてきた経験を、繰り返し聞いた。
一方で記事が掲載されるたびに、切実な訴えも届く。「当事者の苦労はわかるが、周囲も本当に大変だ」。理想論だけでは職場は回らない。でも、なぜ周囲はそこまで疲弊してしまうのか。
*
「空気」は、その職場で権限を持つ人の価値観を強く映し出す。何を言えば評価され、どう行動すれば面倒くさがられるのか。空気を読む力がある人ほど、その先に起きることが見えてしまう。だから自分を抑えて、やり過ごす。
一方で、空気を読めない人は職場で浮き、ときに孤立する。苦しさの形は違うが、「空気を読む」ことが当然とされる環境では、どちらの立場の人も消耗する。とくに空気を読んで自我を抑える人ほど、不満も違和感も知らず知らずのうちにたまっていくのだろう。
空気を読み過ぎる組織は、判断力も鈍っていく。合意が優先され、異論がのみ込まれていくと、「集団浅慮」と呼ばれる状態に陥りやすい。
空気を読む力は、危うい兆しに気づき、ブレーキをかけるためにも使えるはずだ。その力が同調圧力を保つためだけに使われると、空気を読める人ほど声を上げられなくなってしまう。
かつて空気を読まなかった私も、今では無難な服を選び、角の立たない言い方も覚えた。社会人として必要な成熟だったのだろう。でもそれと引き換えに、何だか大切な牙を失った気もする。
空気が読める人ほど疲れてしまう。しかも、その負担は可視化されないまま積み上がる。そんな仕組みを放置してきた組織こそ、問題があるのではないか。
この能力をつかい、周囲に配慮しつつ、組織に小さな風穴をあけることもできるはずだ。それができないなら、問題は個人ではなく、その「空気」をつくる側にある。
(編集委員)
iPadから送信
Saturday, June 06, 2026
Corriere della Sera - 6 Jun 2026 - PressReader.com
https://www.pressreader.com/italy/corriere-della-sera/20260606/page/34 iPadから送信
Thursday, June 04, 2026
OGNI ENERGIA LASCIA UNA CICATRICE
OGNI ENERGIA LASCIA UNA CICATRICE
Il rischio è che il confronto sul nucleare resti sospeso dentro slogan e disegni di legge che rinviano le decisioni vere
Di Gabriella Greison
4 Jun 2026
Ci sono paure che fanno rumore. E poi ci sono quelle che evaporano lentamente nell’aria, così lentamente da diventare paesaggio. Le scorie nucleari appartengono alla prima categoria. La CO2 alla seconda.
Ho letto l’articolo di Dacia Maraini sul Corriere dedicato al nucleare. E mentre lo leggevo pensavo che in fondo il vero protagonista del dibattito energetico contemporaneo non è il petrolio, non è l’uranio, non è il sole, non è il vento. È il tempo.
Perché le scorie fanno paura soprattutto per questo: durano più di noi. Attraversano le epoche con una specie di pazienza minerale. Restano lì mentre cambiano i governi, le ideologie, le lingue, le generazioni. Sono la prova fisica che ogni civiltà lascia dietro di sé qualcosa che non riesce più a controllare completamente.
Ed è giusto parlarne. Anzi: è necessario. Ma ogni volta che in Italia si pronuncia la parola «nucleare», il pensiero si spezza immediatamente in due metà isteriche. Da una parte i sacerdoti del progresso. Dall’altra gli archeologi dell’apocalisse. Nel mezzo, quasi mai, compare la complessità.
Eppure la fisica dei sistemi complessi ci insegna proprio questo: non esistono soluzioni pure. Esistono equilibri instabili. Compensazioni. Scambi di rischio. Zone d’ombra.
Ogni sistema energetico produce residui. Sempre. Solo che alcuni residui li vediamo. Altri invece li respiriamo.
Le scorie nucleari stanno dentro contenitori d’acciaio e cemento e per questo ci terrorizzano: hanno un corpo, un luogo, un nome. Le scorie fossili invece galleggiano nell’atmosfera come fantasmi statistici. Le chiamiamo ondate di calore. Le chiamiamo siccità. Le chiamiamo incendi. Le chiamiamo migrazioni climatiche. Le chiamiamo bollette fuori controllo. Le chiamiamo guerre energetiche. Ma facciamo fatica a percepirle come «scorie» perché non stanno ferme in una fotografia. Si diluiscono nel tempo. E tutto ciò che si diluisce nel tempo, l’essere umano smette di vederlo.
E poi c’è un dettaglio di cui si parla pochissimo: le scorie nucleari esistono già. Esistono adesso. Anche in Italia. Le producono gli ospedali, la medicina nucleare, la ricerca scientifica, alcune applicazioni industriali. Ogni volta che facciamo una PET, una radioterapia, certi tipi di diagnostica avanzata, stiamo già entrando in contatto con il mondo della radioattività controllata. Questo non significa banalizzare il problema delle scorie ad alta attività prodotte dalle centrali. Significa però ricordare una cosa fondamentale: la società contemporanea usa già materiale radioattivo ogni giorno, spesso per salvarci la vita. Il tema quindi non è «radioattività sì o no?», perché quella soglia l’abbiamo attraversata da decenni. Il tema è: con quale livello di sicurezza, trasparenza e responsabilità vogliamo gestire ciò che esiste già e ciò che eventualmente produrremo in futuro?
Negli Stati Uniti hanno iniziato a usare un’espressione interessante: «energy addiction». Dipendenza energetica. Ed è forse la definizione più onesta della nostra epoca. Perché il problema non è soltanto produrre energia pulita. Il problema è che continuiamo a consumarne sempre di più. Data center, intelligenza artificiale, climatizzazione, auto elettriche, server, reti digitali, industrie: tutto chiede elettricità, continuamente. Viviamo dentro una civiltà energivora che vuole contemporaneamente più tecnologia, più comfort, più connessione e meno emissioni. È una tensione gigantesca. Ed è per questo che spesso le rinnovabili e il nucleare vengono raccontati male: come se fossero avversari, quando in realtà stanno rispondendo a scale temporali diverse. Le rinnovabili oggi sono fondamentali per tamponare, alleggerire, ridurre subito le emissioni. Funzionano a blocchetti, entrano progressivamente nel sistema, abbassano la dipendenza dai fossili. Il nucleare invece, per chi lo sostiene, è un’infrastruttura di lunghissimo periodo: lenta da costruire, enorme, strutturale. Sono due tempi diversi della stessa crisi energetica.
È questo che trovo vertiginoso nel dibattito italiano sull’energia. La sua infantilizzazione continua. Come se bastasse dire «rinnovabili» per cancellare la fisica delle reti elettriche. Come se bastasse dire «nucleare» per cancellare la questione delle scorie. Come se un sistema energetico nazionale fosse una frase morale invece che una delle architetture più complesse mai costruite dall’uomo.
Per più di tre mesi ho lavorato alla scrittura della serie «Scintille» per il Corriere della Sera,e il cuore di quel lavoro è esattamente questo: togliere il riflesso ideologico dai grandi temi collettivi. Perché una rete energetica non funziona per slogan. Funziona per stabilità, continuità, accumulo, ridondanza, distribuzione, consumo variabile, gestione dei picchi.
Quando sono andata da Parenzo a «L’aria che tira» a parlare di sistemi complessi applicati all’energia, è successa una cosa quasi comica. Una metà del pubblico era convinta che fossi contro le rinnovabili. L’altra metà era convinta che stessi demolendo il nucleare. E lì ho capito quanto siamo diventati incapaci di tollerare il pensiero complesso. Appena non urli una fede, qualcuno pretende immediatamente una bandiera.
Ma la fisica dei sistemi complessi, quando è praticata con onestà intellettuale, non appartiene alle tribù. La fisica osserva i vincoli del reale. E il reale, purtroppo o per fortuna, è sempre meno puro delle nostre ideologie.
E proprio per questo, prima ancora delle tifoserie, servirebbe finalmente una cosa molto semplice: un piano. Un piano energetico chiaro, leggibile, spiegato ai cittadini. Perché oggi il rischio è che il dibattito sul nucleare resti sospeso dentro annunci, slogan e disegni di legge che rinviano continuamente le decisioni vere. Se il governo pensa davvero che il nucleare debba rientrare nel futuro energetico italiano, allora deve dire con precisione dove, come, con quali tecnologie, con quali costi, con quali tempi e soprattutto con quale strategia per le scorie. Altrimenti il rischio è che il Ddl sul nucleare diventi soltanto un modo elegante per spostare le decisioni alla prossima legislatura.
Per questo penso che Dacia Maraini faccia bene a parlare delle scorie. Perché costringe tutti a guardare il lato lungo del tempo. Ma il passo successivo dovrebbe essere ancora più radicale: avere il coraggio di guardare anche tutte le altre scorie che abbiamo normalizzato. Quelle che non stanno sottoterra in un deposito, ma sopra le nostre teste. Quelle che non dureranno migliaia di anni, ma che stanno già modificando il presente.
La vera domanda allora non è «nucleare sì o no?». La vera domanda è molto più scomoda.
Quale forma di residuo siamo disposti a lasciare al futuro pur di continuare a chiamare progresso il nostro presente?
iPadから送信
Saturday, May 23, 2026
Dibattito - Cattolicesimo-pacifismo: il rischio della retorica | Attualità | Il Regno
https://ilregno.it/attualita/2026/10/dibattito-cattolicesimo-pacifismo-il-rischio-della-retorica-luca-diotallevi iPadから送信
Saturday, May 16, 2026
America’s Papal Moment – Catholic World Report
https://www.catholicworldreport.com/2026/05/14/americas-papal-moment/ iPadから送信
Sunday, May 10, 2026
Dialogo inter religioso
La Chiesa cattolica italiana non aiuterà la politica a fare questo sforzo nell’uso della propria ragione, perché già da tempo impegnata sul fronte del qualunquismo religioso motivato impropriamente dal dialogo interreligioso. Le forze politiche anticattoliche, in accordo con la CEI, ne approfitteranno per denunciare l’improprietà del ruolo pubblico assegnato alla religione cattolica. iPadから送信
Saturday, May 02, 2026
Subscribe to:
Posts (Atom)
