Thursday, June 04, 2026

OGNI ENERGIA LASCIA UNA CICATRICE

OGNI ENERGIA LASCIA UNA CICATRICE

Il rischio è che il con­fronto sul nucleare resti sospeso den­tro slo­gan e dise­gni di legge che rin­viano le deci­sioni vere


Di Gabriella Grei­son
4 Jun 2026

Ci sono paure che fanno rumore. E poi ci sono quelle che eva­po­rano len­ta­mente nell’aria, così len­ta­mente da diven­tare pae­sag­gio. Le sco­rie nucleari appar­ten­gono alla prima cate­go­ria. La CO2 alla seconda.
Ho letto l’arti­colo di Dacia Maraini sul Cor­riere dedi­cato al nucleare. E men­tre lo leg­gevo pen­savo che in fondo il vero pro­ta­go­ni­sta del dibat­tito ener­ge­tico con­tem­po­ra­neo non è il petro­lio, non è l’ura­nio, non è il sole, non è il vento. È il tempo.
Per­ché le sco­rie fanno paura soprat­tutto per que­sto: durano più di noi. Attra­ver­sano le epo­che con una spe­cie di pazienza mine­rale. Restano lì men­tre cam­biano i governi, le ideo­lo­gie, le lin­gue, le gene­ra­zioni. Sono la prova fisica che ogni civiltà lascia die­tro di sé qual­cosa che non rie­sce più a con­trol­lare com­ple­ta­mente.
Ed è giu­sto par­larne. Anzi: è neces­sa­rio. Ma ogni volta che in Ita­lia si pro­nun­cia la parola «nucleare», il pen­siero si spezza imme­dia­ta­mente in due metà iste­ri­che. Da una parte i sacer­doti del pro­gresso. Dall’altra gli archeo­logi dell’apo­ca­lisse. Nel mezzo, quasi mai, com­pare la com­ples­sità.
Eppure la fisica dei sistemi com­plessi ci inse­gna pro­prio que­sto: non esi­stono solu­zioni pure. Esi­stono equi­li­bri insta­bili. Com­pen­sa­zioni. Scambi di rischio. Zone d’ombra.
Ogni sistema ener­ge­tico pro­duce resi­dui. Sem­pre. Solo che alcuni resi­dui li vediamo. Altri invece li respi­riamo.
Le sco­rie nucleari stanno den­tro con­te­ni­tori d’acciaio e cemento e per que­sto ci ter­ro­riz­zano: hanno un corpo, un luogo, un nome. Le sco­rie fos­sili invece gal­leg­giano nell’atmo­sfera come fan­ta­smi sta­ti­stici. Le chia­miamo ondate di calore. Le chia­miamo sic­cità. Le chia­miamo incendi. Le chia­miamo migra­zioni cli­ma­ti­che. Le chia­miamo bol­lette fuori con­trollo. Le chia­miamo guerre ener­ge­ti­che. Ma fac­ciamo fatica a per­ce­pirle come «sco­rie» per­ché non stanno ferme in una foto­gra­fia. Si dilui­scono nel tempo. E tutto ciò che si dilui­sce nel tempo, l’essere umano smette di vederlo.
E poi c’è un det­ta­glio di cui si parla pochis­simo: le sco­rie nucleari esi­stono già. Esi­stono adesso. Anche in Ita­lia. Le pro­du­cono gli ospe­dali, la medi­cina nucleare, la ricerca scien­ti­fica, alcune appli­ca­zioni indu­striali. Ogni volta che fac­ciamo una PET, una radio­te­ra­pia, certi tipi di dia­gno­stica avan­zata, stiamo già entrando in con­tatto con il mondo della radioat­ti­vità con­trol­lata. Que­sto non signi­fica bana­liz­zare il pro­blema delle sco­rie ad alta atti­vità pro­dotte dalle cen­trali. Signi­fica però ricor­dare una cosa fon­da­men­tale: la società con­tem­po­ra­nea usa già mate­riale radioat­tivo ogni giorno, spesso per sal­varci la vita. Il tema quindi non è «radioat­ti­vità sì o no?», per­ché quella soglia l’abbiamo attra­ver­sata da decenni. Il tema è: con quale livello di sicu­rezza, tra­spa­renza e respon­sa­bi­lità vogliamo gestire ciò che esi­ste già e ciò che even­tual­mente pro­dur­remo in futuro?
Negli Stati Uniti hanno ini­ziato a usare un’espres­sione inte­res­sante: «energy addic­tion». Dipen­denza ener­ge­tica. Ed è forse la defi­ni­zione più one­sta della nostra epoca. Per­ché il pro­blema non è sol­tanto pro­durre ener­gia pulita. Il pro­blema è che con­ti­nuiamo a con­su­marne sem­pre di più. Data cen­ter, intel­li­genza arti­fi­ciale, cli­ma­tiz­za­zione, auto elet­tri­che, ser­ver, reti digi­tali, indu­strie: tutto chiede elet­tri­cità, con­ti­nua­mente. Viviamo den­tro una civiltà ener­gi­vora che vuole con­tem­po­ra­nea­mente più tec­no­lo­gia, più com­fort, più con­nes­sione e meno emis­sioni. È una ten­sione gigan­te­sca. Ed è per que­sto che spesso le rin­no­va­bili e il nucleare ven­gono rac­con­tati male: come se fos­sero avver­sari, quando in realtà stanno rispon­dendo a scale tem­po­rali diverse. Le rin­no­va­bili oggi sono fon­da­men­tali per tam­po­nare, alleg­ge­rire, ridurre subito le emis­sioni. Fun­zio­nano a bloc­chetti, entrano pro­gres­si­va­mente nel sistema, abbas­sano la dipen­denza dai fos­sili. Il nucleare invece, per chi lo sostiene, è un’infra­strut­tura di lun­ghis­simo periodo: lenta da costruire, enorme, strut­tu­rale. Sono due tempi diversi della stessa crisi ener­ge­tica.
È que­sto che trovo ver­ti­gi­noso nel dibat­tito ita­liano sull’ener­gia. La sua infan­ti­liz­za­zione con­ti­nua. Come se bastasse dire «rin­no­va­bili» per can­cel­lare la fisica delle reti elet­tri­che. Come se bastasse dire «nucleare» per can­cel­lare la que­stione delle sco­rie. Come se un sistema ener­ge­tico nazio­nale fosse una frase morale invece che una delle archi­tet­ture più com­plesse mai costruite dall’uomo.
Per più di tre mesi ho lavo­rato alla scrit­tura della serie «Scin­tille» per il Cor­riere della Sera,e il cuore di quel lavoro è esat­ta­mente que­sto: togliere il riflesso ideo­lo­gico dai grandi temi col­let­tivi. Per­ché una rete ener­ge­tica non fun­ziona per slo­gan. Fun­ziona per sta­bi­lità, con­ti­nuità, accu­mulo, ridon­danza, distri­bu­zione, con­sumo varia­bile, gestione dei pic­chi.
Quando sono andata da Parenzo a «L’aria che tira» a par­lare di sistemi com­plessi appli­cati all’ener­gia, è suc­cessa una cosa quasi comica. Una metà del pub­blico era con­vinta che fossi con­tro le rin­no­va­bili. L’altra metà era con­vinta che stessi demo­lendo il nucleare. E lì ho capito quanto siamo diven­tati inca­paci di tol­le­rare il pen­siero com­plesso. Appena non urli una fede, qual­cuno pre­tende imme­dia­ta­mente una ban­diera.
Ma la fisica dei sistemi com­plessi, quando è pra­ti­cata con one­stà intel­let­tuale, non appar­tiene alle tribù. La fisica osserva i vin­coli del reale. E il reale, pur­troppo o per for­tuna, è sem­pre meno puro delle nostre ideo­lo­gie.
E pro­prio per que­sto, prima ancora delle tifo­se­rie, ser­vi­rebbe final­mente una cosa molto sem­plice: un piano. Un piano ener­ge­tico chiaro, leg­gi­bile, spie­gato ai cit­ta­dini. Per­ché oggi il rischio è che il dibat­tito sul nucleare resti sospeso den­tro annunci, slo­gan e dise­gni di legge che rin­viano con­ti­nua­mente le deci­sioni vere. Se il governo pensa dav­vero che il nucleare debba rien­trare nel futuro ener­ge­tico ita­liano, allora deve dire con pre­ci­sione dove, come, con quali tec­no­lo­gie, con quali costi, con quali tempi e soprat­tutto con quale stra­te­gia per le sco­rie. Altri­menti il rischio è che il Ddl sul nucleare diventi sol­tanto un modo ele­gante per spo­stare le deci­sioni alla pros­sima legi­sla­tura.
Per que­sto penso che Dacia Maraini fac­cia bene a par­lare delle sco­rie. Per­ché costringe tutti a guar­dare il lato lungo del tempo. Ma il passo suc­ces­sivo dovrebbe essere ancora più radi­cale: avere il corag­gio di guar­dare anche tutte le altre sco­rie che abbiamo nor­ma­liz­zato. Quelle che non stanno sot­to­terra in un depo­sito, ma sopra le nostre teste. Quelle che non dure­ranno migliaia di anni, ma che stanno già modi­fi­cando il pre­sente.
La vera domanda allora non è «nucleare sì o no?». La vera domanda è molto più sco­moda.
Quale forma di resi­duo siamo dispo­sti a lasciare al futuro pur di con­ti­nuare a chia­mare pro­gresso il nostro pre­sente?


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Saturday, May 23, 2026

Dibattito - Cattolicesimo-pacifismo: il rischio della retorica | Attualità | Il Regno

https://ilregno.it/attualita/2026/10/dibattito-cattolicesimo-pacifismo-il-rischio-della-retorica-luca-diotallevi iPadから送信

Saturday, May 16, 2026

America’s Papal Moment – Catholic World Report

https://www.catholicworldreport.com/2026/05/14/americas-papal-moment/ iPadから送信

Sunday, May 10, 2026

Dialogo inter religioso

La Chiesa cattolica italiana non aiuterà la politica a fare questo sforzo nell’uso della propria ragione, perché già da tempo impegnata sul fronte del qualunquismo religioso motivato impropriamente dal dialogo interreligioso. Le forze politiche anticattoliche, in accordo con la CEI, ne approfitteranno per denunciare l’improprietà del ruolo pubblico assegnato alla religione cattolica. iPadから送信

Saturday, May 02, 2026

Tuesday, April 21, 2026

Di Fede­rico Fubini Europa e America 1

Di Fede­rico Fubini 21 Apr 2026 Certo che l’«escur­sione» di Donald Trump in Iran, come la chiama lui, è stata un’avven­tura scri­te­riata: decisa senza capire le impli­ca­zioni, senza rispetto per i pro­cessi demo­cra­tici in Ame­rica o una stra­te­gia per il dopo. E certo che tutto que­sto pres­sap­po­chi­smo abbassa di un gra­dino in più il «soft power» degli Stati Uniti, quel cari­sma che por­tava gli altri Paesi a con­di­vi­dere i loro obiet­tivi e valori. In pro­po­sito si sta for­mando non solo un raro con­senso bipar­ti­san nella poli­tica ita­liana, ma un comune sen­tire nella società. Già, ma dopo? Quali con­clu­sioni può trarne la nostra classe diri­gente? Che senso di dire­zione può darsi un Paese i cui assetti da ottant’anni dipen­dono tanto dalla nostra col­lo­ca­zione — rela­ti­va­mente acri­tica — nella sfera d’influenza ame­ri­cana? Uno sguardo all’indie­tro dà un’idea dell’enor­mità dello strappo: quasi un quarto di secolo fa l’ita­lia di Sil­vio Ber­lu­sconi si schierò con George W. Bush sull’inva­sione dell’iraq; lo stesso non sta acca­dendo oggi con Trump e l’iran, anche per­ché l’opi­nione pub­blica non lo accet­te­rebbe. Per capire come possa evol­vere l’ita­lia da qui, aiuta però ribal­tare la pro­spet­tiva. Per­ché è facile dirsi che Trump è insta­bile, super­fi­ciale o che voglia sem­pli­ce­mente pre­va­ri­care. Su que­sto siamo (quasi) tutti d’accordo. Più utile sarebbe invece chie­dersi come gli ame­ri­cani vedano oggi noi ita­liani ed euro­pei: non per­ché abbiano ragione, ma per capire cosa li muove. Imma­gi­nate dun­que di essere vicini a Trump: in que­sto momento voi guar­date agli euro­pei e vedete igna­via e tra­di­mento. Non valu­tate che gli ame­ri­cani non abbiano par­lato con nes­suno degli alleati, prima di sca­te­nare una guerra che mette in peri­colo le loro eco­no­mie e i loro inte­ressi. A domi­narvi sono altri pen­sieri. Ciò che avete in mente è che per ottant’anni gli Stati Uniti con le loro risorse, i loro mezzi mili­tari, i loro uomini, i loro morti in Corea, in Viet­nam, in Afgha­ni­stan, hanno per­messo a noi di pro­spe­rare. Non era mai suc­cesso nella sto­ria che un ege­mone si sacri­fi­casse tanto per i suoi sog­getti. Invece sono stati gli ame­ri­cani a garan­tire la libertà di navi­ga­zione che ha creato il com­mer­cio glo­bale, facendo sì che ita­liani, tede­schi, giap­po­nesi — gli scon­fitti dell’asse — diven­tas­sero ric­chi. Sono gli ame­ri­cani che hanno pagato per l’europa e le demo­cra­zie dell’asia l’ombrello nucleare, lasciando che que­sti inve­stis­sero in wel­fare più degli ame­ri­cani stessi. Sono sem­pre gli ame­ri­cani che pro­teg­gono gli euro­pei con 85 mila dei loro sol­dati in oltre 40 basi in Ita­lia, Ger­ma­nia e altrove. Del resto sem­pre gli ame­ri­cani, che ave­vano messo a dispo­si­zione degli scon­fitti il piano Mar­shall, hanno anche garan­tito agli alleati il loro enorme mer­cato di sbocco. E natu­ral­mente agli ame­ri­cani la spesa mili­tare è costata almeno un terzo del loro enorme debito pub­blico, più un defi­cit com­mer­ciale che com­pensa debo­lezza cro­nica del mer­cato euro­peo. In cam­bio, gli euro­pei hanno guar­dato altrove. L’ex can­cel­liere tede­sco Gerhard Schröder si è lasciato assol­dare da un’azienda di Stato russa, dopo aver legato ad essa la Ger­ma­nia per le for­ni­ture di ener­gia. Sil­vio Ber­lu­sconi ha raf­for­zato con­tratti simili e si van­tava, come Schröder, dell’ami­ci­zia con Vla­di­mir Putin. Anche Angela Mer­kel con­tava tal­mente sulla Rus­sia per il gas dall’aver spento in anti­cipo il nucleare civile; la can­cel­liera pre­fe­riva un’europa debole e arre­trata, pur­ché dai conti in ordine: sal­vata ancora una volta dall’ame­rica, dalle sue armi, dalle sue tec­no­lo­gie spa­ziali e dal suo gas, quando Putin cerca di tra­vol­gere l’ucraina. Poi è arri­vato il momento della verità, pensa que­sta per­sona vicina a Trump. L’iran per­se­gue un’ato­mica con la quale tenere in scacco non solo Israele ma quasi tutta l’europa, oltre alle rotte della glo­ba­liz­za­zione fra l’asia e l’occi­dente. Gli Hou­thi, mano­vrati da Tehe­ran, dal 2023 hanno minac­ciano già sul Mar Rosso la porta che con­nette il Medi­ter­ra­neo alla Cina. E gli euro­pei si sono già dimo­strati imbelli, inca­paci di pie­gare per­sino quella pic­cola mili­zia irre­go­lare. Erano solo le prove gene­rali, pensa que­sta per­sona vicina a Trump. Nel 2026 la Guar­dia rivo­lu­zio­na­ria di Tehe­ran blocca Hor­muz e gli alleati cosa fanno? Vol­tano le spalle all’ame­rica. La lasciano sola a ria­prire lo stretto da cui rice­vono tanto del loro gas, petro­lio, fer­ti­liz­zante. Ma non solo, con­ti­nua que­sto trum­piano. Agli ame­ri­cani che hanno speso cen­ti­naia di miliardi per man­te­nere le basi in Europa, l’ita­lia nega Sigo­nella, Lon­dra la base di Diego Garcìa, Spa­gna e Fran­cia negano il diritto di sor­volo, il can­cel­liere Frie­drich Merz dice che non è affare della Nato. Il governo di Madrid defi­ni­sce la guerra «ille­gale e immo­rale». Parigi vota in Con­si­glio di sicu­rezza dell’onu con Rus­sia e Cina con­tro l’uso della forza per ria­prire Hor­muz e per­mette a una nave fran­cese di pagare a Tehe­ran il pedag­gio sullo Stretto. In yuan digi­tali. Ovvia­mente Trump, visto dall’europa, rac­co­glie ciò che ha semi­nato: le inti­mi­da­zioni, la guerra com­mer­ciale, le minacce sulla Groen­lan­dia, il suo opaco flirt con Putin. Trump inol­tre pre­fe­ri­sce non ricor­dare l’accordo nucleare con Tehe­ran (fir­mato anche dagli euro­pei) che lui stesso ha fatto sal­tare nel 2018. Ma rove­sciamo di nuovo la pro­spet­tiva, sta­volta nei panni degli alleati di Washing­ton che non sono in Europa. I Paesi sun­niti del Golfo, per esem­pio, hanno accet­tato le basi ame­ri­cane per avere sicu­rezza. Alcuni di essi hanno per­sino cor­rotto Trump e la sua fami­glia — tra­mite accordi sugli hotel o le crip­to­va­lute — per avere lealtà e tec­no­lo­gie. In cam­bio, que­sti Paesi arabi del Golfo si sono tro­vati sotto i mis­sili e i droni di una guerra sulla quale nean­che loro sono stati con­sul­tati, men­tre l’ame­rica si è rive­lata inca­pace di pro­teg­gerli. Poi i Paesi del Golfo si sono tro­vati chiu­sure e pedaggi su un brac­cio di mare per loro vitale, con l’ame­rica inca­pace di ripor­tare la nor­ma­lità pre­bel­lica mal­grado la forza mili­tare schiac­ciante: non ha più la coe­sione poli­tica per accet­tare le per­dite neces­sa­rie. Gli euro­pei, ma anche i giap­po­nesi o i sud­co­reani, vedono tutto que­sto. Vedono che l’ame­rica non sop­porta più il pro­prio ruolo di garante ed ege­mone, è troppo inde­bi­tata e pola­riz­zata al pro­prio interno per farlo. Non ci sarà dun­que un ritorno al sistema di alleanze di ieri. È solo que­stione di tempo prima che si for­mino nuovi gruppi di Paesi ed essi si met­tano a cac­cia di mer­cati, risorse stra­te­gi­che, tec­no­lo­gie, armi. Alcuni, dell’ato­mica. Ce n’è abba­stanza per­ché anche in Ita­lia si formi un nuovo con­senso: non dob­biamo per forza vol­tare le spalle all’ame­rica; ma non abbiamo alter­na­tive a un inve­sti­mento con­vinto in un’europa (molto) più forte. iPadから送信

Europa e America

Ma l’America nel dopoguerra ha agito per generosità verso l’Europa? Non proprio, leggendo le stesse analisi americane. Questa è la vulgata imperiale auto-assolutoria, e Fubini, pur ribaltando la prospettiva, la ingoia senza filtro critico. Gli analisti americani realisti, da Mearsh­eimer a Walt, da Leffler a Layne, hanno documentato il contrario: l’egemonia americana del dopoguerra è stata un progetto di interesse nazionale calcolato, non filantropia strategica. Il piano Marshall serviva ad aprire mercati europei al capitale americano e a bloccare il filo-sovietismo, il suo competitor di allora, in Francia e Italia. Le basi NATO non “proteggevano” l’Europa: proiettavano potere americano verso Est e tenevano gli europei dipendenti, secondo la formula attribuita al primo segretario generale NATO Ismay: “keep the Russians out, the Americans in, and the Germans down”. L’ombrello nucleare impediva agli europei di sviluppare deterrenza autonoma, il che li rendeva strutturalmente subordinati, non liberi. La libertà di navigazione garantiva prima di tutto le catene di approvvigionamento e i mercati di sbocco delle multinazionali americane. Il deficit commerciale con l’Europa non era una concessione: era il meccanismo con cui il dollaro rimaneva valuta di riserva globale, fonte di enorme rendita per gli Stati Uniti (il cosiddetto exorbitant privilege di Giscard d’Estaing) Il “sacrificio” americano era in realtà la forma più sofisticata di dominio mai costruita: un egemone che si fa pagare in obbedienza strategica, accesso ai mercati e supremazia monetaria. Ma cosa viene davvero rimproverato all’Europa, al di là di Trump? Qui il discorso è più articolato e merita onestà intellettuale, perché le critiche strutturali esistono e preesistono a Trump. Il beneficio della difesa senza sopportarne i costi è reale ma mal posto. Il problema non è che gli europei abbiano “scelto il welfare invece delle armi”: è che Washington ha attivamente preferito europei dipendenti piuttosto che un’Europa con capacità militare autonoma, perché l’autonomia avrebbe significato negoziazione alla pari. Quando la Francia ha tentato una difesa europea indipendente (de Gaulle, 1966), Washington ha sabotato il progetto. L’ingenuità energetica verso la Russia è invece una critica più fondata. Nord Stream non era solo un errore commerciale: era una scelta politica che indeboliva la coesione atlantica, e gli americani lo dissero esplicitamente, inascoltati ( Merkel si recò appositamente alla Casa Bianca da Biden per vincere la sua opposizione). Anche la mancanza di capacità di proiezione, il caso Houthi citato da Fubini è reale: l’Europa non ha potuto o voluto mantenere aperto il Mar Rosso da sola. Ma questa debolezza è in parte il prodotto di decenni di dipendenza incentivata dagli stessi Stati Uniti. La critica più seria, tuttavia, quella che circola davvero nei think tank di Washington come Brookings, CSIS, persino l’Atlantic Council negli ultimi anni, non è la mancanza di spesa militare in sé: è l’assenza di soggettività strategica europea. L’Europa sa dire no a Trump, ma non sa dire sì a un progetto alternativo coerente. Reagisce, non agisce. È un’entità economica che si comporta come potenza, la presunzione dei singoli Stati, senza esserlo, perché gli stessi Stati le impediscono di trasformare la potenza economica in potenza politica. iPadから送信

Friday, February 27, 2026

Fwd: Suore uccise in Burundi, un arre­sto a Parma Il man­dante è un gene­rale



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From: PressReader <noreply@pressreader.com>
日付: 2026年2月27日(金) 16:41
件名: Suore uccise in Burundi, un arre­sto a Parma Il man­dante è un gene­rale
To: <bonazziandrea@gmail.com>






Suore uccise in Burundi, un arresto a Parma Il mandante è un generale
Andrea Pasqualetto © RIPRODUZIONE RISERVATA
Corriere della Sera
27 Feb 2026

A suor Olga Raschietti e suor Lucia Pulici tagliarono la gola. Suor Bernardetta Boggian fu addirittura decapitata. Era il settembre del 2014 e il brutale triplice omicidio fu commesso al Centre Jeunes Kamenge di Bujumbura, in Burundi, dove le religiose...
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