Monday, September 12, 2016
神秘
Friday, September 09, 2016
Sequeri
Friday, September 02, 2016
Sequeri
| La via pulchritudinis: limiti e stimoli di una spiritualità estetica |
| Pierangelo Sequeri |
1. L’estetica cristiana dei sensi spirituali È vero che per il cristianesimo non esiste una bellezza mondana capace di offrirci libertà dal male e vita eterna. Ma la fede evangelica non si sogna neppure di abbandonare il mondo all’alternativa della bellezza e della salvezza. Nella teologia, come nella spiritualità e nella cultura cristiana, la via della bellezza è stata incessantemente percorsa con sincera partecipazione religiosa e decisivo impulso culturale. Da sant’Agostino a Fénelon, da san Tommaso a Maritain, da san Francesco a von Balthasar. La nuova alleanza fra i doni dello Spirito creatore e i segni della bellezza creata riaprono il futuro per la qualità umana della fede e lo stile evangelico della testimonianza[1]. La bellezza appare, certamente, allo sguardo della fede, nel segno di una verità della creazione che precede l’avvilimento dell’umano. E resiste, indomabilmente, alla sua nichilistica deriva. Non allude semplicemente al suo originario legame con la bontàdell’opera di Dio, che si compiace della propria invenzione. La bellezza evoca il riflesso di una giustizia originaria della creazione che lascia balenare il sentimento di una felice corrispondenza della sua destinazione. Nel fascino che ne promana, la bellezza prefigura la restituzione della creazione al suo senso. E rende amabile l’intenzione di Dio che volle destinare l’uomo alla dignità di un’esistenza propria: a immagine e somiglianza di Lui. Il sentimento della bellezza trafigge ogni volta l’acerba contraddizione del mondo abitato con l’immemoriale bagliore della Parola creatrice. La perdurante risonanza di quell’impulso può essere oscurata, ma non estinta. Le potenze ostili, evocate dall’incredulità dell’uomo, possono congiunturalmente ridurla al silenzio: non mai privarla della sua risurrezione. La verità della bellezza, tuttavia, non abita pacificamente l’umana edificazione del mondo. Dirottata dalla sua profezia, distratta dalla sua memoria, essa vive anche come apparenza della giustizia e come illusione del bene. Diventa persino la giustificazione seducente dell’incredulità: nell’ebbrezza di un’esistenza finita che basta a se stessa; in guisa di argumentum apparentium rerum che nobilita – persino – la dissipazione di ogni dono dello Spirito. Piegata al dominio delle potenze che traggono l’uomo in schiavitù, la passione della bellezza incoraggia anche la voracità di un appagamento distruttivo, alimenta l’invidia mortale della grazia altrui. L’ossessione della bellezza presuntivamente spirituale, induce pur essa il rischio di una tragica anestesia nei confronti del dolore del mondo. Diviene principio di mera autoedificazione, che si separa da ogni vincolo compassionevole dell’umano; e nella sua pretesa illuminazione, che aspira ad un’esistenza incontaminata, rimane indifferente all’avvilimento della terra. In entrambi gli eccessi la bellezza si separa dalla speranza dell’uomo. E infine, da ogni giustizia della creazione. La spiritualizzazione della natura, e l’estetizzazione del sentire, che oggi annunciano la «nuova età» della gnosi ecologico-terapeutica, esprimono certamente un’esigenza vitale. Una vera e propria invocazione, di cui non si sospettava la forza arcaica nelle masse civilizzate del pianeta. Ma l’estetica e la religione che danno rappresentazione e parola a questa urgenza dell’anima rimangono pur sempre – come un tempo – suggestivamente e drammaticamente inappropriate. Esse sono, in troppi casi, mistica di complemento e compensazione programmata per l’egemonia di una sfera sostanzialmente economica del godimento. La deriva mercantile dell’esistenza ha bisogno di un ecumenismo anesteticodel comune sentire per rendere sopportabile l’ingegneria cosmetica che provvede alla produzione di una nuova specie umana, perfettamente adatta al ciclo dei consumi. La sfida mette di nuovo alla prova la dimostrazione evangelica dello Spirito e della forza. La battaglia che una volta fu vinta – contro ogni probabilità culturale, già allora! – per l’istituzione della verità cristiana essenziale, deve ora essere combattuta e vinta per la restituzione di un costume, di una persuasione, di uno stile, di una sensibilità e di un sentire interiore corrispondente. In una parola, per la definitiva saldatura della verità cristiana con gli umani affetti. Quella stessa che essa vide risplendere di incomparabile bellezza divina nei tratti umani del Salvatore. Da dove prenderemo forza, altrimenti, per riaffezionarci all’umana dimostrazione dello Spirito di Dio? Per questa via, tutti gli uomini sono sollecitati a quell’arcana nostalgia di Dio cantata da sant’Agostino con accenti ineguagliabili: «Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato». Per grazia di Dio, non è mai troppo tardi per ritrovare lo slancio di questa scoperta. Le opere umane della bellezza aprono il varco irrimarginabile di un appagamento per il quale esse non bastano: e invitano a proiettarsi più audacemente verso la Bellezza del mistero di Dio che indica all’uomo spirituale la vera destinazione della sua attrattiva. Ne viene infine, per tutti i credenti, un forte impulso a riscoprire e a far riscoprire il lato bello di Dio. La testimonianza è possibile soltanto al prezzo di una profonda assimilazione di nuovi sensi spirituali, capaci di formare l’uomo e la donna credenti al discernimento dell’immagine del Figlio e dei doni dello Spirito nell’odierna condizione umana. L’esperienza della bellezza – sin dal seno materno – apre un varco irrimarginabile per l’oltrepassamento della mera necessità di conservazione dell’organismo vivente, rivelando la più forte attrazione del desiderio di progresso spirituale che nutre l’anima e la mente. Ad esso mai ci concederemmo, con tanto slancio e in nome della vita stessa, se l’apertura della bellezza che ci muove all’azzardo creativo dell’immaginazione non ci affezionasse con forza più irresistibile della ripetizione realistica dell’utile e del noto. L’esperienza della bellezza conferisce un valore inconfondibile, privo di scambio equivalente, al mondo della libertà – volontà e conoscenza – che decide la qualità in cui ci riconosciamo. La speciale sensibilità destata dalla bellezza sfida la rassicurante ripetizione dei nessi causali del mondo e della vita, investendo la dignità dell’umano nell’eccedenza di un senso affettivo dei legami in cui realmente ne va di noi. L’apprezzamento di questi legami, che si esalta nell’umana esperienza della bellezza, è irriducibile alla giustezza dei rapporti calcolabili fra gli enti e gli eventi del mondo. E persino alla equivalenza dello scambio fra i beni disponibili. Questa estetica degli affetti istituisce il fondamento irrinunciabile della ostinazione (o piuttosto della fede?), tipicamente umana, che rimane attaccata alla giustizia che dovrebbe essere: in cielo, in terra e in ogni luogo. Essa infatti si accende e si riaccende – nell’immaginazione della bellezza che è propria di tutti i legami degni dell’uomo. Ultimamente, la bellezza dell’ordine di agape: al quale non dispera di ricondurre anche eros e nomos. 2. Il principio antignostico della bellezza Nel delicato equilibrio della sua universale attitudine ad aprire un varco altrimenti inconcepibile per il senso della giustizia e per la metafisica degli affetti – vere e proprie invarianti del sapere originario della coscienza – l’esperienza della bellezza è sempre come una promessa. Il pensiero della civiltà alla quale apparteniamo, nella quale il cristianesimo ha impiantato il seme della novità evangelica e nutrito l’albero di una secolare cultura, l’aveva riconosciuta sin dall’inizio della sua straordinaria avventura. Riscattando l’immaginazione estetica del divino dal levigato manierismo umanistico dell’antica religione civile, aveva riaperto il pensiero della bellezza al fascinans e al tremendum della sua origine sacra, riportandola audacemente alla rivelazione del logos della verità trascendente (Parmenide) e ai misteriosi legami in cui risuona l’analogia del bene ineffabile (Platone). Nell’alveo di questa tradizione, per altro, la riconquista dell’esclusivo legame della bellezza e del divino veniva posta a carico di una dimensione spirituale contigua all’intelligibile: il suo riscatto si disegnava precisamente sul filo dell’opposizione al sensibile. L’ipoteca posta da questa scansione non poteva evitare di giungere a maturazione nel divorzio fra l’esperienza sensibile della bellezza e la ricerca spirituale della sua origine incontaminata. La riconquista dell’originario legame della bellezza col divino rimaneva così posta sotto il segno di un riscatto dal suo degrado nel sensibile, più che un del riscatto del sensibile dal suo degrado. La cultura del cristianesimo statu nascenti si trovò di fronte all’antinomia di questaesaltazione della bellezza che salva, di cui fu costretto ad apprezzare il contrasto proprio quando fu tentato dalla sua pura e semplice omologazione. Il fenomeno grandioso e insidiosissimo del cristianesimo gnostico rappresentò l’esperimento del seducente innesto del germoglio evangelico sull’albero frondoso della più alta spiritualità religiosa e filosofica allora conosciuta. La qualità e la novità cristiana furono messe in salvo dalla passione di un’ortodossia che percepì lucidamente il prezzo drammatico di una spiritualità di una bellezza divina (Logose Pneuma) che salverebbe solo nella condizione dell’abbandono del mondo al suo destino di creatura irrimediabilmente degradata e perduta. L’allarme fu suonato – inequivocabilmente – all’evidenza ormai esplicita delle conseguenze che scaturivano dall’applicazione di quel principio presuntivamente più spirituale: cioè la denuncia della creazione (in nome dello Pneuma di Dio!) e lo svuotamento dell’incarnazione (in nome del Logos di Dio!). Il carattere frontale dell’attacco che la gnosi portava ai pilastri della veritas biblica e della traditio apostolica rese apprezzabile anche l’ambiguità di una dottrina spirituale, presuntivamente superiore, della bellezza che salva. Senza la provocazione di questa felix culpa, la cultura del cristianesimo avrebbe perduto il suo originale impulso: anche nell’ordine dei rapporti fra l’immaginazione creativa e le radici spirituali della bellezza. E’ proprio in occasione di quella sfida, infatti, che la tradizione ecclesiale trovò l’audacia di sollecitare il suo principio creazionistico e cristologico al limite di formule che contengono insieme l’azzardo dello scandalo necessario alla qualità storica della bellezza divina che si rivela salvatrice: gloria Dei vivens homo (Ireneo), caro cardo salutis (Tertulliano). 3. La svolta cristologica dell’immagine Il principio di un’icona realistica del Logos, che è la carne del Figlio – forma hominisconcepita in grembo di donna e forza dello Spirito – si insedia così nel pensiero stesso dell’imago Dei. Non nega il sacrosanto divieto della sua raffigurazione sostitutiva e del suo adattamento idolatrico. Piuttosto lo trascende, inverandolo, nella sacra rappresentazione cristologica dell’umanità di Dio: che forma il canone nel canone di ogni umana rappresentazione sacra. L’umanità di Dio nel Figlio Gesù non è condiscendenza accessoria: è pleroma autentico. E’ l’originale di ogni icona, la quale vi riflette la sua pallida evocazione dell’unica configurazione e trasfigurazione legittima dell’invisibile abbà-Dio. Il legame con il doloroso concepimento della nuova creazione, conforme e trasformata ad immagine del Figlio, di cui parla la splendida invenzione paolina dell’estetica teologale – dalla dottrina del vetro oscuro a quella dei sensi spirituali, dall’inno della kenosis (Fil 2) al poema della kainé ktisis (Rom 8) – salda compiutamente la teologia cristiana della bellezza spirituale con l’antica rivelazione biblica della creazione di Dio e della promessa che la riguarda. Rivelazione ancorata storicamente a quella stessa fede, mai abrogata. Promessa escatologica di cui rimane in vigore la speranza di una nuova terra, mai revocata. La vicenda dell’arte, nell’Oriente come nell’Occidente cristiano, è profondamente segnata dalla forza di questo legame. L’altezza della sua pretesa oggettivamente teologale, il livello della sua integrazione con la cultura spirituale dell’umano, sarebbero impensabili senza l’ortodossia cristologica che ha ribaltato, assorbendolo, il percorso della spiritualità antica. Lo voglia o no, lo sappia o no, l’amplificazione estetica della ricerca della verità della creazione e del confronto sulla sua giustizia, lotta sempre con l’Angelo per ristabilire il legame fra ciò che Dio ha unito e la cultura dell’uomo divide: lo spirituale e il sensibile, il cielo e la terra, la sapienza e il godimento. La scommessa intorno alla originaria verità di quel legame è sempre in bilico fra la passione creatrice di un’evidenza perduta e il furore distruttivo dei suoi illusori assestamenti. Nella sua ricerca della bellezza, l’arte post-cristiana dell’Oriente e dell’Occidente è indirizzata – coscientemente, incoscientemente – dal canone di una verità cristologica: è proprio questo che tiene alto e perennemente in tensione il livello della sfida. Si tratta di non cedere all’evidenza seducente della separazione, finendo per riconciliarsi con la scelta alternativa che essa impone: dai due lati. Quello di una bellezza virtuosa e perciò insensibile: sprezzante di ogni affetto, però spirituale. E quello di una bellezza mondana e perciò seducente: vuota di ogni metafisica, ma almeno godibile. Lotta improbabile, se mai ce n’è stata una. Eppure, l’arte autentica riconosce sempre da sé stessa, infine, di fallire la sua destinazione quando elude la sfida, contentandosi di abbellire alternativamente i due eccessi. Nello spazio ospitale dell’opera estetica, dentro il quale l’uomo sperimenta le possibilità di un’eccedenza spirituale del desiderio e di una condensazione corporale dello spirito, devono pur anche trovare il loro posto l’ingiustizia del dolore subìto e la contraddizione del male voluto. Entrambe appartengono all’esperienza dei sensi spirituali dell’uomo. L’arte invoca la bellezza per elaborare il dolore; e modula lo splendore di quella, quando si concede, senza perdere la memoria di questo. L’arte non può dunque evitare, nella tenacia di questa lotta, la soglia pericolosa e necessaria di quel legame originario della bellezza e del bene, che chiama in causa la fede di Adamo nell’intenzione che presiede la creazione del mondo. Il riconoscimento della necessità di questa decisione, già affidata alla libertà di Abramo, si accende ogni volta che l’immaginazione estetica raccoglie e risuscita, nel suo stesso azzardo mondano, l’inevitabile apertura spirituale della domanda intorno alla giustizia di ogni essere proprio così o forse del tutto altrimenti. Né, del resto, è necessario evitare quella soglia rischiosa, che mette capo all’azzardo di un nuovo inizio. La protesta che l’uomo disperato eleva contro «Dio», così come la lotta con «l’Angelo» per strappargli la sua benedizione, sono già ugualmente comprese nella tradizione della sapienza biblica e dell’evangelo cristiano[2]. Esse vivono insieme nel grembo della pietas Dei erga hominem. Gesù abbandonato e Gesù ritrovato – il Signore crocifisso e risorto – sono la verità dell’icona di entrambi. Fino a che Egli venga. E la nuova città dell’uomo, la celeste Gerusalemme che cancella Babele per sempre, insieme con Lui. Pierangelo Sequeri Sommario La meditazione sviluppa essenzialmente tre linee di riflessione intorno alle potenzialità della nuova via pulchritudinis che la spiritualità cristiana deve percorrere. La prima mette a fuoco l’ambivalenza della bellezza: essa infatti può essere indirizzata alla memoria del progetto divino sulla creazione, ma anche venir piegata all’arredamento di un mondo artificioso ed illusorio. La tradizionale teologia metafisica della bellezza deve integrare un’estetica teologale dei sensi spirituali. Un secondo momento, sottolinea l’importanza di portare a maturazione il principio antignostico dell’antica ortodossia cristiana, mediante l’ortoprassi di una spiritualità effettivamente conseguente. Un terzo aspetto, infine, riguarda la necessità di incoraggiare l’arte alla ricerca di un’estetica cristologica della trasfigurazione: capace di integrare la memoria della passione del Figlio senza concedersi alla manieristica deriva della morte di Dio. |
Saturday, August 13, 2016
Solo Dios basta
Thursday, August 11, 2016
The Four Levels of Happiness Defined
http://www.spitzercenter.org/html/our-approach/the-four-levels-defined.php
Level 1
Happiness derived from material objects and the pleasures they can provide. This is the most basic level of happiness, and it can come from eating fine chocolate, driving a sports car, a cool swim on a hot day, or other forms of physical gratification. Level 1 happiness is good but limited. The pleasure it provides is immediate but short-lived and intermittent. It is also shallow; it requires no reflection, and it doesn’t extend beyond the self in any meaningful way.
Level 2
Happiness derived from personal achievement and ego gratification. You feel Level 2 happiness when people praise you; when they acknowledge your popularity and authority; when you win in sports or advance in your career. Level 2 happiness is usually comparative because the ego measures success in terms of advantage over others. You’re happy when you’re seen as smarter, more attractive, or more important than others, and you’re unhappy when you lose the comparison game. Level 2 happiness is short-term and tenuous. You can be happy that you won today, and then anxious you might lose tomorrow. Level 2 is not inherently bad because we all need success, self-esteem, and respect to accomplish good things in life. But when Level 2 happiness ? self-promotion ? becomes your only goal, it leads to self-absorption, jealousy, fear of failure, contempt, isolation, and cynicism.
Level 3
Happiness derived from doing good for others and making the world a better place. Level 3 happiness is more enduring because it is directed toward the human desire for love, truth, goodness, beauty, and unity. It is capable of inspiring great achievements because it unites people in pursuit of the common good, whereas Level 2 happiness divides people. Level 3 is empathetic, not self-absorbed, and it looks for the good in others, not their flaws. It sees life as an opportunity and an adventure, not an endless series of problems to overcome. Because people have limits, Level 3 happiness also has its limits. None of us are perfect, so we can’t find perfect fulfillment in other people.
Level 4
Ultimate, perfect happiness. When others fall short of our ideals, or we fall short ourselves, we’re disappointed. This disappointment points to a universal human longing for transcendence and perfection. We don’t merely desire love, truth, goodness, beauty, and unity; we want all of these things in their ultimate, perfect, never-ending form. All people have this desire for ultimacy, which psychologists call it a desire for transcendence ? a sense of connection to the larger universe. Some express this desire through spirituality and religious faith. Others express the same longing through philosophy, through art, or through scientific efforts to solve the mysteries of life and the universe.
幸福の4つのレベルの定義
Level 1レベル1
物理的材料、快楽から得られた幸福。この幸福は最も基本的なレベルであり、おいしいチョコレートを食べてから来ることができる、スポーツ車を運転し、暑い日に涼しいプールで一泳ぎをする。レベル1の幸福は良いのですが制限されます。 それらは提供する喜びはすぐおこるが、寿命の短い断続的なものである。また、浅いものであり、考える必要もないが、自己を超えて拡張されません。
Level 2レベル2
個人の業績とエゴの満足から派生した幸福。レベル2幸福を感じるのは、人々が賛辞してくれるとき、あなたの人気と権限を認めるとき、スポーツで勝つとき、あなたのキャリアで先に進むときです。 レベル2の幸福はたいてい比較(相対)的です。エゴは他人より優位性の面で成功したからである。 他人よりカッコいいで、または他よりも重要で魅力のある人として見られるときに満足しているし、比較ゲームでまけるときは不幸を感じる。 レベル2の幸福は短期的および希薄です。あなたは今日は勝ったと幸せを感じるが、明日はまけるかもしれないという不安を持つでしょう。 レベル2の幸福感は本質的に悪いではありません。なぜなら、すべての人は、人生で良いことを達成するために、成功、自尊心、尊重を必要としているからです。 しかし、レベル2の幸福、つまり自己プロモーションは、あなたの唯一の目標になれば、自己中心につながり、嫉妬、失敗の恐れ、侮辱、孤立、そして皮肉に変わります。
Level 3レベル3
他人のために良いことをする、世界をより良い場所にすることから派生した幸福です。レベル3の幸福は 、より持続的である。なぜなら、愛、真実、善、美、一致という人間の望みに向けているからです。 レベル2の幸福は人々に分裂に導くのに対し、レベル3の幸福は、共通の利益を追求し、人々を一体させ、感激大きな成果を上げることができます。レベル3は自己中心ではなく、共感的であり、他人には欠点ばかりではなく、長所を見る。 また、人生(生活)を機会として冒険として見、克服しなければならない無限のシリーズの問題として見ていない。人々には限界があるから、レベル3の幸福にも限界があります。私たちの誰もが完璧ではないので、他の人々の中に完璧な満足を見つけることができない。
Level 4レベル4
究極の、完璧な幸福。他人々は理想を下回るとき、または私たち自身が理想に達しないとき、われわれは失望してしまう。 この失望は、超越性と完全性への普遍的な人間の憧れを指しています。我々は、単に愛、真実、善、美、と団結を望むだけではなく、我々は、これらのものをすべて究極の、完全で、終わることのない形で望みます。すべての人々は、心理学者は「超越への意欲」と呼んでいるこの究極性を望んでいる。これが大宇宙への接続という感覚を提供します。ある人は、この望みを霊性と宗教的な信仰を通じて表明する。 ある人は、芸術を通して、あるいは哲学で、あるいは科学的な努力によっていのちと宇宙の謎を解くために、同じあこがれを表現します。
Wednesday, August 10, 2016
Good God and bad world
We do not want joy and anger to neutralize each other and produce a surly contentment; we want a fiercer delight and a fiercer discontent. We have to feel the universe at once as an ogre's castle, to be stormed, and yet as our own cottage, to which we can return to at evening.
Saturday, July 30, 2016
Love and the cross
Why Go to Church?: The Drama of the Eucharist
Saturday, July 23, 2016
騙す: 心学
騙す
人を騙すにはまず自分自身の心を騙さなければならない。
自分の持つ良心を騙し、他人を騙す。
この騙す心の病が年月を経て、自分自身という人生を創る。
元々はなかった「心の悪病」、
気が付いた頃は慢性になっている。
他人は騙されなくとも、自分が騙している分、
その悪病は一生ついて廻る。
人を騙してはならないことは、人間として当たり前のこと。
しかし、そのことを青少年期に教える環境が減りつつある。
家庭、学校、社会全体が再度「仁徳教育」に目を向け、
心豊かな時代を創ることが大事。
理想的な話かもしれないが、理想こそが人間の原点。
「心の学問」「仁徳」教育が必要な時代だが、
教える人間が少ないのも悲しい現実である。
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Wednesday, July 13, 2016
Monday, July 11, 2016
暑中お見舞い
Wednesday, June 29, 2016
Monday, June 20, 2016
Saturday, June 18, 2016
Lewis on rationalism
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Monday, June 13, 2016
Method, 96-98
Method, 96-97
Descartes
The "ghost in the machine" is British philosopher Gilbert Ryle's description of René Descartes' mind-body dualism. The phrase was introduced in Ryle's book The Concept of Mind (1949)[1] to highlight the perceived absurdity of dualist systems like Descartes' where mental activity carries on in parallel to physical action, but where their means of interaction are unknown or, at best, speculative.
- デカルトの、内的に省察する自己のドグマ(身体=機械から切り離された内省する自己=幽霊)に関 するギルバート・ライル(Gilbert Ryle, 1900-1976)による批判の表現である。(G・ライル)『心の概念』1949年。
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Spinoza thinks that there are an infinite number of attributes, but there are two attributes for which Spinoza thinks we can have knowledge. Namely, thought and extension.[16]
神が唯一の実体である以上、精神も身体も、唯一の実体である神における二つの異なる属性(神の本質を構成すると我々から考えられる一側面)としての思惟と延長とに他ならない。また、神の本性は絶対に無限であるため、無限に多くの属性を抱える。この場合、所産的自然としての諸々のもの(有限者、あるいは個物)は全て、能産的自然としての神なくしては在りかつ考えられることのできないものであり、神の変状ないし神のある属性における様態であるということになる[10]。
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アプリオリとは、経験的認識に先立つ先天的、自明的な認識や概念。カントおよび新カント学派の用法。ラテン語のa prioriに由来する。日本語では、「先験的」「先天的」「超越的」などと訳される。
カントによれば、時間および空間はアプリオリな概念である。なぜならこの2つは、あらゆる経験的認識に先立って認識されている概念だからである。
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能力心理学. faculty psychology
人間についていくつかの能力を想定し,それら能力の活動ないし相互作用により心的現象を説明しようとする学説。 18世紀前半 C.ウォルフにより体系化された。彼は能力をまず認識能力と欲望能力に2大別し,これらをまた細分して感覚,想像,記憶,注意,快・不快,意志などの能力をあげた。
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英語のことわざa rising tide lifts all boatsの意味や和訳。 《上げ潮は船をみな持ち上げる》
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イソクラテス(イソクラテース, ギリシャ語:Ισοκράτης, Isocrates, 紀元前436年 - 紀元前338年)は、古代ギリシアの修辞学者で、アッティカ十大雄弁家の一人。イソクラテスは当時のギリシアで最も影響力のある修辞学者で、その授業や著作を通して修辞学と教育に多大な貢献をしたと考えられている。
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メナンドロス(古代ギリシア語: Μένανδρος / Menandros、紀元前342年 - 紀元前292年/291年)は、古代ギリシア(ヘレニズム期)の喜劇作家。ギリシア喜劇 (Ancient Greek comedy) のうち、「新喜劇」(アッティカ新喜劇(Attic new comedy) あるいは アテナイ新喜劇(Athenian new comedy))と呼ばれる作品群の代表的な作者である。
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ティトゥス・マッキウス・プラウトゥス(ラテン語: Titus Maccius Plautus, 紀元前254年 – 紀元前184年)は、古代ローマの劇作家。
彼の喜劇は最初期のラテン文学に影響を残している。彼はまた最初期の演劇家でもある。エンターテイメントに飢えた観衆の必要を満たすため、駄洒落、名前に登場人物の性格をありありと反映させるなどの言葉遊びを多用した。主に言語の面白さによって観衆をひきつける必要から、物語全体の説得力は他の作家に道を譲るといわれる。
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プブリウス・テレンティウス・アフェル(Publius Terentius Afer, 英語:Terence, 紀元前195年/紀元前185年 - 紀元前159年)は共和制ローマの劇作家。テレンティウスの喜劇が最初に上演されたのは紀元前170年から紀元前160年頃である。若くして亡くなったが、その場所はおそらくギリシャ、もしくはローマへ戻る途上だろうと言われている。
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叙事詩 じょじし. 詩の韻文形式
叙事詩とは、物事、出来事を記述する形の韻文であり、ある程度の長さを持つものである。一般的には民族の英雄や神話、民族の歴史として語り伝える価値のある事件を出来事の物語として語り伝えるものをさす。源氏物語
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叙情詩
竪琴たてごと(lyre)の;竪琴用の,竪琴の伴奏で歌う
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宇宙進化論(Cosmogony)は、存在の起源、宇宙の起源、現実の起源に関する理論である。語源はギリシア語で、「宇宙、世界」を意味する κοσμογονίαと「生まれる、起こる」を意味するγέγοναである。宇宙科学や天文学の文脈では、この用語は太陽系の形成を意味することが多い。古事記
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エンペドクレス(Empedocles、紀元前490年頃 – 紀元前430年頃)は、古代ギリシアの自然哲学者、医者、詩人、政治家。アクラガス(現イタリアのアグリジェント)の出身。四元素説を唱えた。弁論術の祖とされる。名家の出身で、彼の祖父は紀元前496年に行われたオリンピア競技(競馬)で優勝した。彼自身も優勝したことがあるようだ。ピュタゴラス学派に学びパルメニデスの教えを受けたとされる。
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Wednesday, June 01, 2016
Paul Ricouer
Method 87-88
Philosophie der symbolischen Formen(1923-1929) ##
『シンボル形式の哲学』 生松敬三・木田元訳、岩波文庫(全4巻)
業績[編集]
マールブルク学派時代
マールブルク学派時代に執筆された『認識問題』では中世思想から近代思想を認識論の問題を中心に論じ、『実体概念と関数概念』では近代的な科学の認識論的な転回として、実際に見ることの出来る、実体概念から、関数的な記述によってのみ捉えられる、関数概念への移行を分析した。これらの哲学史・思想史的な著作によって、マールブルク学派とは一線を画すようになる。
シンボル形式の理論
イギリス滞在期に、ロンドン・ヴァールブルク研究所のザクスルらと交流し、シンボル研究をはじめ、研究の集大成『シンボル形式の哲学』(全四巻)を著した。また一般的な概観書で著した『人間』において、人文、社会科学を横断して独自の哲学的人間学を構築した。
カッシーラーは“シンボリック・アニマル(象徴を操る動物)”として人間をとらえ、動物が本能や直接的な感覚認識や知覚によって世界を受け取るのに対して人間は意味を持つシンボル体系を作り、世界に関わっていく。シンボル体系は、リアリティ(実在性)の知覚を構造づけまた形を与え、またそれゆえに、例えば世界に実在しないユートピアを構想することもできるし、共有された文化形式を変えて行くことができる、とみなした。こうした理論基盤には、カント哲学の超越論的観念論がある。カントは現実の世界(actual world)を人間は完全に認識することはできないが、人間が世界や現実を認識するその仕方(形式)を変えることはできるとした。カッシーラーは人間の世界を、思考のシンボル形式によって構築されていると考えた。ここでいう思考には、言語、学問、科学、芸術における思考のみならず、一般の社会におけるコミュニケーションや個人的な考えや発見、表現などを含めた意味あいがある。
影響
カッシーラーの思想は新カント派の射程に収まらないものを持ち、ドイツの哲学者ブルーメンベルクにも影響を与えている。またカッシーラーのシンボル哲学は、アメリカでスザンヌ・ランガーやネルソン・グッドマンによって発展され、文化人類学者のクリフォード・ギアツ、ケネス・バークなどにも影響を与えた。『実体概念と関数概念』における関数=機能概念の分析は社会学において構造機能主義を提唱したタルコット・パーソンズやニクラス・ルーマンらにも影響を与えた。
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ポール・リクール(1913 -2005)は、現代のフランスを代表する哲学者です。現象学・フランス反省哲学に解釈学的哲学を接木し、象徴論・隠喩論・テクスト論・物語論といった言語的問題から、浩瀚な「自己論」へと哲学を展開させ、さらに、歴史論・正義論・社会思想・記憶論などへとさらなる思想発展を見せました。2005年5月死去。
Finitude et culpabilité 1: L'Homme faillible [Philosophie de la volonté II], Aubier, 1960.
《有限性と有罪性・ この過ちやすい者》
『意志の哲学』第2部第1巻。通称「リクールの小エチカ」。邦訳『人間この過ちやすきもの』
Finitude et culpabilité 2: La symbolique du mal [Philosophie de la volonté II], Aubier, 1960.
《有限性と有罪性・悪のシンボリズム》
『意志の哲学』第2部第2巻。解釈学の実験的な始まり。なお、全3部の予定だった意志の哲学は、ここで中断される。邦訳は分冊されており、『悪のシンボリズム』『悪の神話』。原著はL'Homme faillible と合冊され、Aubier社版が1巻本で購入可能なほか、2009年現在、出版社を変えてSeuil社からも合本版がPocheで再販
ポール・リクール、一戸とおる・佐々木陽太郎・竹沢尚一郎訳、『悪の神話』、溪声社、1980
原著は Paul Ricœur, ‘Les 《mythes》 du commencement et de la fin’, Finitude et culpabilité 2: La symbolique du mal [Philosophie de la volonté II], 1960
『悪のシンボリズム』(植島啓司, 佐々木陽太郎 訳、溪声社、1977、未見)の続篇。
神話の象徴的機能/創造ドラマと〈儀礼〉の世界観/邪悪な神と〈悲劇的〉実存観/アダム神話と〈終末論的〉な歴史観/追放された魂の神話 知識による救済/神話のサイクル/象徴は思考をひき起こすなど、360ページ。
Thursday, May 19, 2016
史料としての『新約聖書』
史料としての『新約聖書』
| 歴史書 | いつ書かれた | 最古の写本 | ギャップ | 写本数 |
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| ヘロドトス (歴史の父) | 紀元前485年頃 ~ 紀元前420年 | 紀元後900年 | 1300年 | 8冊 | |
| トゥキディデス『戦史』 | 紀元前460年頃~ 紀元前395年 | 紀元後900年 | 1300年 | 8冊 | |
| タキトゥス『年代記』『同時代史』 | 紀元後100年 | 1100年 | 1000年 | 20冊 | |
| 『ガリア戦記』 | 紀元前58~50年 | 紀元後900年 | 950年 | 9-10冊 | |
| ティトゥス・リウィウス『ローマ建国史』 | 紀元前59年~紀元後17年 | 紀元後900年 | 900年 | 20冊 | |
| 新約聖書 | 40~100年 | 130年(完全な写本350年) | 30~310年 | 希語5000冊以上+ 羅語1万冊+ その他9300冊 | |
| 古事記 | 紀元後712年 | 伊勢本1371-2年 | 650年 | 2冊 | |
| 日本書紀 | 紀元後720年 | 佐佐木本 9世紀写 | 100年 | 4冊 | |
| 般若心経 | 紀元後1世紀 | 8世紀後半(法隆寺所蔵) | 700年 (仏陀入滅紀元前383年?) | 1冊 |
| 法華経 | 紀元前後 | 紀元後286年(漢訳) | 200年 | 数冊 |
For if one subscribes to the notion that the Gospels are essentially unhistorical, he is confronted with numerous insurmountable obstacles, not the least of which is an explanation for how this sudden micro-burst of the most extraordinary literary output the world has ever known occurred from some anonymous source –or, even more problematic, sources– containing the most uplifting and influential spiritual content ever written, in a brevity both beautiful and baffling, and in four editions, one of which is markedly distinct in its own right. In other words it truly would be a greater "miracle" for man/men to have produced the evangelium in a flash of "inspiration", than it to be, quite literally, true!
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Tuesday, May 17, 2016
Y. Congar and C. Fab bro
Elliot Milco
I became aware of Cornelio Fabro’s existence a few years ago through a lecture given by Fr. Thomas Joseph White, OP, at a conference on the Renewal of Thomism. In his lecture (available here), Fr. White identifies two different paths open to Thomists after the Second Vatican Council, which he associates with the French Dominican Yves Congar (1904–1995) on the one hand, and the Italian Stigmatine Cornelio Fabro (1911–1995) on the other. A year or so ago I read a good deal of Congar's diary from Vatican II. Lately I've been thinking more about Fabro, and started reading his book God in Exile. In light of this, I'd like to revisit the distinction drawn by Fr. White, with some of my own thoughts.
Yves Congar’s Thomism was characterized by a broad optimism about the Ecumenical movement, the relations between the Church and the modern secular world, and the malleability of ecclesiastical institutions to meet the needs of the day. He was more concerned with the abstract methodsand intellectual style of St. Thomas than his particular views. He saw the task of modern Thomists as one, not necessarily of preserving the doctrines of the Angelic Doctor, but of doing with modern philosophy what St. Thomas did with the new Aristotelianism and Islamic philosophies of his day. Thomas reached outside the Church to embrace the philosophical riches of humanity, and incorporated them into his own language and ways of thinking. So too, thought Congar, we ought to embrace the riches of other world religions, of modern existentialism and phenomenology, of the separated brethren, and create a new language and conceptual apparatus that would enable the Church to draw closer to (and eventually embrace) all the people and groups outside it. For Congar, the Thomist project is about dialogueand incorporation, best expressed in the ancient adage found in Origen’s letter to St. Gregory Thaumaturgus: As the Israelites took the spoils of Egypt with them into Sinai to build the Ark, so we should despoil the pagan philosophers and turn their ideas to divine use.
Cornelio Fabro was less sanguine about the Church’s prospects in the rising tide of secularism. For Fabro, the tendency of the modern world and the rise of modern atheism can be traced back to a single principle, which he calls “immanentism.” Immanentism is the reduction of the truth to states of subjective consciousness—the abstraction of truth from being, the rejection of realism. This rejection, according to Fabro, means that the philosophical tradition descended from Descartes, even in its ostensibly theological activity, will always tend toward atheism. In fact, he goes so far to say that modern philosophy is “radically and constitutively atheistic,” precisely because of its prioritization of the reality of states of consciousness over the objective being of things. (Interestingly, this diagnosis of “immanentism” as a primary undercurrent in modern philosophy and theology was masterfully explained in Pope Pius X’s 1907 encyclical on “modernism,” Pascendi Dominici Gregis.)
Because of the nuclear atheism of modern philosophy, possibilities for authentically Catholic dialogue with and appropriation of modern thought are limited. Dialogue happens on the basis of some underlying agreement—between subjectivism and realism there is little to go on. Furthermore, the theologians who adopt modern habits of thinking and philosophical principles tend (however good their intentions may be) to fall into confusion about the meaning of their words. Language about God ends up becoming merely descriptive of human experience; theological mystery is transformed into anthropological allegory; and, in the end, conversations arise in which one party talks about the nature of the Divinity, while the other is talking, in nearly the same language, about the human community’s collective experience of “the new.”
None of this is meant to suggest that Fabro rejected Origen’s dictum about the “spoils of Egypt.” He studied modern philosophy in great depth, and with great care. His corpus includes books on Marx, Hegel, Kierkegaard, and other modern thinkers, as well as an enormous survey of atheism in modern philosophy, God in Exile: Modern Atheism. But, unlike Congar, Fabro’s researches were colored less by a desire for universal peace and human brotherhood (and certainly not by resentment over the strictures of Pius XII’s pontificate) than by a desire to understand, with reference to eternal Truth.
Congar’s approach carried the day. His optimism was enshrined in the documents of Vatican II and became programmatic in the adoption of the “new theology” in Catholic seminaries across the world. For my part, looking over the trajectory of modern thought since 1960, I can’t help but conclude that Fabro’s desire for the truth did greater justice to the inner tendencies of the modern world than Congar’s starry-eyed hopes for universal brotherhood. The past half-century of endless calls for dialogue and inclusivity seems to have given us little more than tide after tide of confusion and fragmentation in Catholic theology. Thomism has been broadly abandoned in favor of a series of faddish, increasingly anthropocentric theologies, and our clergy (poorly trained by “new theologians”) are barely capable of presenting Catholic doctrine to their flocks, much less defending it. Congar's yearning for unity found its principle in Origen’s “spoils of Egypt.” But perhaps this principle, while sound, should be supplemented by a more medieval principle: that the identification of real differences between things is prerequisite to their unification. Distinguish to unite. Where there is disagreement, or failure, or error, let it be acknowledged, so that an earnest confrontation of the difference can help lead those who differ toward greater unity—not on the basis of their shared humanitarianism or abstract “respect,” but through their common participation and friendship in the Truth.
Monday, May 16, 2016
Read this article on the First Things website
http://www.firstthings.com/article/2011/06/the-truth-about-greenhouse-gases
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Tuesday, May 03, 2016
Alexander Pope and Newton
Monday, April 25, 2016
Lonergan Method 69-70
Monday, April 18, 2016
Lonergan Method 68-69
Saturday, April 16, 2016
人間万事塞翁が馬
Saturday, March 26, 2016
Tuesday, March 15, 2016
Wednesday, February 17, 2016
Caro Piatti,
mi chiedi un'opinione su Ryōtarō Shiba (司馬 遼太郎). Per capirci velocemente sarei tentato di paragonarlo a Indro Montanelli. Come Montanelli ha incarnato l'antifascismo postbellico, senza essere comunista, così Shiba ha incarnato il bisogno dei giapponesi del dopo guerra di rivalutare il loro passato. Shiba ha avuto l'abilità di mostrare un Giappone di cui poter essere fieri, ma senza ricorrere a sciovinismi o a revisionismi. Poi si può discutere sulle varie opere, come per esempio quella su Ryoma e la sua apertura internazionale, a me sembra una cosa un pò gonfiata ad usum delphini. Non so se ti può bastare.
Non ho visto il programma televisivo di cui parli, ma posso dirti la mia opinione sul rapporto tra bushido e cristianesimo. Già Nitobe Inazo nel suo famoso libro scritto direttamente in inglese, propone di considerare il bushido come l' Antico Testamento dei Giapponesi. Arriva fino a paragonare il sacrificio di Isacco al sacrificio del figlio di Sugawara no Michizane, il che sarebbe anche molto suggestivo se non fosse completamente fuorviante. Perché i due sacrifici sono di segno molto diverso se non opposto. In questo modo si può arrivare a fare dei pastrocchi che non hanno molto senso se non quello di solleticare il narcisismo dei giapponesi. Quello che ci vuole è che qualche giapponese faccia una autentica esperienza abramitica (compresa la parte del "lasciare") e poi se ne parlerà. Non mettiamo limiti alla provvidenza, se il bushido come Virgilio per Dante si può integrare nel cristianesimo, ben venga. Ma può anche essere che invece sia proprio quello che Abramo ha dovuto lasciare indietro. Chi lo sa. Mettersi si lì a tavolino a fare piani per mischiare cose che magari non sono mischiabili, mi sa tanto di scherzare con i fanti senza lasciar stare i santi.
Anche Uchimura Kanzo parlava delle due J (Jesus and Japan) che andrebbe anche bene se messe in rapporto, ma se messe sullo stesso piano potrebbe suonare come qualcosa di sacrilego, i fanti e i santi appunto. Il Concilio dice che la chiesa accetta tutto ciò che di bello e buono c'è nelle culture, ma il Giappone non è il paradiso terrestre, anche qui lavora il peccato di Adamo, anche se molti non se ne sono ancora accorti.
Con tanti saluti.
Andrea Bonazzi
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