Di Federico Fubini 21 Apr 2026 Certo che l’«escursione» di Donald Trump in Iran, come la chiama lui, è stata un’avventura scriteriata: decisa senza capire le implicazioni, senza rispetto per i processi democratici in America o una strategia per il dopo. E certo che tutto questo pressappochismo abbassa di un gradino in più il «soft power» degli Stati Uniti, quel carisma che portava gli altri Paesi a condividere i loro obiettivi e valori. In proposito si sta formando non solo un raro consenso bipartisan nella politica italiana, ma un comune sentire nella società. Già, ma dopo? Quali conclusioni può trarne la nostra classe dirigente? Che senso di direzione può darsi un Paese i cui assetti da ottant’anni dipendono tanto dalla nostra collocazione — relativamente acritica — nella sfera d’influenza americana? Uno sguardo all’indietro dà un’idea dell’enormità dello strappo: quasi un quarto di secolo fa l’italia di Silvio Berlusconi si schierò con George W. Bush sull’invasione dell’iraq; lo stesso non sta accadendo oggi con Trump e l’iran, anche perché l’opinione pubblica non lo accetterebbe. Per capire come possa evolvere l’italia da qui, aiuta però ribaltare la prospettiva. Perché è facile dirsi che Trump è instabile, superficiale o che voglia semplicemente prevaricare. Su questo siamo (quasi) tutti d’accordo. Più utile sarebbe invece chiedersi come gli americani vedano oggi noi italiani ed europei: non perché abbiano ragione, ma per capire cosa li muove. Immaginate dunque di essere vicini a Trump: in questo momento voi guardate agli europei e vedete ignavia e tradimento. Non valutate che gli americani non abbiano parlato con nessuno degli alleati, prima di scatenare una guerra che mette in pericolo le loro economie e i loro interessi. A dominarvi sono altri pensieri. Ciò che avete in mente è che per ottant’anni gli Stati Uniti con le loro risorse, i loro mezzi militari, i loro uomini, i loro morti in Corea, in Vietnam, in Afghanistan, hanno permesso a noi di prosperare. Non era mai successo nella storia che un egemone si sacrificasse tanto per i suoi soggetti. Invece sono stati gli americani a garantire la libertà di navigazione che ha creato il commercio globale, facendo sì che italiani, tedeschi, giapponesi — gli sconfitti dell’asse — diventassero ricchi. Sono gli americani che hanno pagato per l’europa e le democrazie dell’asia l’ombrello nucleare, lasciando che questi investissero in welfare più degli americani stessi. Sono sempre gli americani che proteggono gli europei con 85 mila dei loro soldati in oltre 40 basi in Italia, Germania e altrove. Del resto sempre gli americani, che avevano messo a disposizione degli sconfitti il piano Marshall, hanno anche garantito agli alleati il loro enorme mercato di sbocco. E naturalmente agli americani la spesa militare è costata almeno un terzo del loro enorme debito pubblico, più un deficit commerciale che compensa debolezza cronica del mercato europeo. In cambio, gli europei hanno guardato altrove. L’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder si è lasciato assoldare da un’azienda di Stato russa, dopo aver legato ad essa la Germania per le forniture di energia. Silvio Berlusconi ha rafforzato contratti simili e si vantava, come Schröder, dell’amicizia con Vladimir Putin. Anche Angela Merkel contava talmente sulla Russia per il gas dall’aver spento in anticipo il nucleare civile; la cancelliera preferiva un’europa debole e arretrata, purché dai conti in ordine: salvata ancora una volta dall’america, dalle sue armi, dalle sue tecnologie spaziali e dal suo gas, quando Putin cerca di travolgere l’ucraina. Poi è arrivato il momento della verità, pensa questa persona vicina a Trump. L’iran persegue un’atomica con la quale tenere in scacco non solo Israele ma quasi tutta l’europa, oltre alle rotte della globalizzazione fra l’asia e l’occidente. Gli Houthi, manovrati da Teheran, dal 2023 hanno minacciano già sul Mar Rosso la porta che connette il Mediterraneo alla Cina. E gli europei si sono già dimostrati imbelli, incapaci di piegare persino quella piccola milizia irregolare. Erano solo le prove generali, pensa questa persona vicina a Trump. Nel 2026 la Guardia rivoluzionaria di Teheran blocca Hormuz e gli alleati cosa fanno? Voltano le spalle all’america. La lasciano sola a riaprire lo stretto da cui ricevono tanto del loro gas, petrolio, fertilizzante. Ma non solo, continua questo trumpiano. Agli americani che hanno speso centinaia di miliardi per mantenere le basi in Europa, l’italia nega Sigonella, Londra la base di Diego Garcìa, Spagna e Francia negano il diritto di sorvolo, il cancelliere Friedrich Merz dice che non è affare della Nato. Il governo di Madrid definisce la guerra «illegale e immorale». Parigi vota in Consiglio di sicurezza dell’onu con Russia e Cina contro l’uso della forza per riaprire Hormuz e permette a una nave francese di pagare a Teheran il pedaggio sullo Stretto. In yuan digitali. Ovviamente Trump, visto dall’europa, raccoglie ciò che ha seminato: le intimidazioni, la guerra commerciale, le minacce sulla Groenlandia, il suo opaco flirt con Putin. Trump inoltre preferisce non ricordare l’accordo nucleare con Teheran (firmato anche dagli europei) che lui stesso ha fatto saltare nel 2018. Ma rovesciamo di nuovo la prospettiva, stavolta nei panni degli alleati di Washington che non sono in Europa. I Paesi sunniti del Golfo, per esempio, hanno accettato le basi americane per avere sicurezza. Alcuni di essi hanno persino corrotto Trump e la sua famiglia — tramite accordi sugli hotel o le criptovalute — per avere lealtà e tecnologie. In cambio, questi Paesi arabi del Golfo si sono trovati sotto i missili e i droni di una guerra sulla quale neanche loro sono stati consultati, mentre l’america si è rivelata incapace di proteggerli. Poi i Paesi del Golfo si sono trovati chiusure e pedaggi su un braccio di mare per loro vitale, con l’america incapace di riportare la normalità prebellica malgrado la forza militare schiacciante: non ha più la coesione politica per accettare le perdite necessarie. Gli europei, ma anche i giapponesi o i sudcoreani, vedono tutto questo. Vedono che l’america non sopporta più il proprio ruolo di garante ed egemone, è troppo indebitata e polarizzata al proprio interno per farlo. Non ci sarà dunque un ritorno al sistema di alleanze di ieri. È solo questione di tempo prima che si formino nuovi gruppi di Paesi ed essi si mettano a caccia di mercati, risorse strategiche, tecnologie, armi. Alcuni, dell’atomica. Ce n’è abbastanza perché anche in Italia si formi un nuovo consenso: non dobbiamo per forza voltare le spalle all’america; ma non abbiamo alternative a un investimento convinto in un’europa (molto) più forte. iPadから送信
Tuesday, April 21, 2026
Europa e America
Ma l’America nel dopoguerra ha agito per generosità verso l’Europa? Non proprio, leggendo le stesse analisi americane. Questa è la vulgata imperiale auto-assolutoria, e Fubini, pur ribaltando la prospettiva, la ingoia senza filtro critico. Gli analisti americani realisti, da Mearsheimer a Walt, da Leffler a Layne, hanno documentato il contrario: l’egemonia americana del dopoguerra è stata un progetto di interesse nazionale calcolato, non filantropia strategica. Il piano Marshall serviva ad aprire mercati europei al capitale americano e a bloccare il filo-sovietismo, il suo competitor di allora, in Francia e Italia. Le basi NATO non “proteggevano” l’Europa: proiettavano potere americano verso Est e tenevano gli europei dipendenti, secondo la formula attribuita al primo segretario generale NATO Ismay: “keep the Russians out, the Americans in, and the Germans down”. L’ombrello nucleare impediva agli europei di sviluppare deterrenza autonoma, il che li rendeva strutturalmente subordinati, non liberi. La libertà di navigazione garantiva prima di tutto le catene di approvvigionamento e i mercati di sbocco delle multinazionali americane. Il deficit commerciale con l’Europa non era una concessione: era il meccanismo con cui il dollaro rimaneva valuta di riserva globale, fonte di enorme rendita per gli Stati Uniti (il cosiddetto exorbitant privilege di Giscard d’Estaing) Il “sacrificio” americano era in realtà la forma più sofisticata di dominio mai costruita: un egemone che si fa pagare in obbedienza strategica, accesso ai mercati e supremazia monetaria. Ma cosa viene davvero rimproverato all’Europa, al di là di Trump? Qui il discorso è più articolato e merita onestà intellettuale, perché le critiche strutturali esistono e preesistono a Trump. Il beneficio della difesa senza sopportarne i costi è reale ma mal posto. Il problema non è che gli europei abbiano “scelto il welfare invece delle armi”: è che Washington ha attivamente preferito europei dipendenti piuttosto che un’Europa con capacità militare autonoma, perché l’autonomia avrebbe significato negoziazione alla pari. Quando la Francia ha tentato una difesa europea indipendente (de Gaulle, 1966), Washington ha sabotato il progetto. L’ingenuità energetica verso la Russia è invece una critica più fondata. Nord Stream non era solo un errore commerciale: era una scelta politica che indeboliva la coesione atlantica, e gli americani lo dissero esplicitamente, inascoltati ( Merkel si recò appositamente alla Casa Bianca da Biden per vincere la sua opposizione). Anche la mancanza di capacità di proiezione, il caso Houthi citato da Fubini è reale: l’Europa non ha potuto o voluto mantenere aperto il Mar Rosso da sola. Ma questa debolezza è in parte il prodotto di decenni di dipendenza incentivata dagli stessi Stati Uniti. La critica più seria, tuttavia, quella che circola davvero nei think tank di Washington come Brookings, CSIS, persino l’Atlantic Council negli ultimi anni, non è la mancanza di spesa militare in sé: è l’assenza di soggettività strategica europea. L’Europa sa dire no a Trump, ma non sa dire sì a un progetto alternativo coerente. Reagisce, non agisce. È un’entità economica che si comporta come potenza, la presunzione dei singoli Stati, senza esserlo, perché gli stessi Stati le impediscono di trasformare la potenza economica in potenza politica. iPadから送信
