Wednesday, January 25, 2006

Problemi centrali

Benedetto XVI individua pertanto «tre cerchi di domande», che «nel loro insieme formano un unico problema» e che attendevano una risposta: definire in modo nuovo il rapporto sia tra fede e scienze moderne, tanto naturali che storiche, sia tra Chiesa e Stato moderno, sia tra fede cristiana e religioni del mondo, in particolare tra la Chiesa e la fede di Israele.


Ruini, prolusione gennaio 2006

Monday, January 23, 2006

Vale anche oggi?

"Chi ama se stesso non può amare Dio; chi invece non ama se stesso a motivo delle più importanti ricchezze dell'amore di Dio, costui ama Dio. Da questo deriva che egli non cerca mai la sua gloria, ma la gloria di Dio. Chi infatti ama se stesso cerca la propria gloria, mentre chi ama Dio cerca la gloria del suo creatore. (...) Chi è tale non si loda con le parole, ma si riconosce per quello che è . Anzi per il grande desiderio di umiltà non pensa alla sua dignità, sentendosi al servizio di Dio, come la legge prescrive ai sacerdoti. Per la preoccupazione di amare Dio si dimentica della sua dignità, e tiene la propria gloria nascosta nella profonda carità che ha per Dio, e non pensa più a se stesso, arrivando, per la sua grande umiltà, a ritenersi servo inutile. Facciamo anche noi così, evitando gli onori o la gloria a motivo delle immense ricchezze dell'amore di Dio, che veramente ci ama."

Dai «Capitoli sulla perfezione spirituale» di Diadoco di Fotice, vescovo (Capp. 12. 13. 14; PG 65, 1171-1172) II SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO - VENERDÌ
UFFICIO DELLE LETTURE

「自分を愛する者は神を愛することができない。しかし、神の愛のあふれるばかりの富のゆえに自分を愛さない人は、神を愛する。そのため、その人は自分自身の栄光を決して求めず、むしろ神の栄光を求める。自分を愛するものは、自らの栄光を求め、神を愛するものは、自分を創造した神の栄光を熱望する。(…)
このような人は、人の賞賛を気にせず、ありのままの自分の姿を認めている。彼はへりくだることを大いに望んでいるから、自分が尊敬されることを考えていない。自分の身分からくる栄誉を神への愛の深みの中に隠しているのである。こうして、彼はいつも自分を無益なしもべと思い、へりくだることを望むことによって、自分を栄誉と無関係な者と考えるようになる。わたしたちもこのようにしなければならず、これほどわたしたちを愛してくださる神に対する愛の豊かな富のゆえに、すべての名誉と栄光から逃れなければならない」

フォティケのディアドコ司教の『霊的完成について』より 年間第二金曜日・読書

Thursday, January 19, 2006

三村さんの博士号授与式  式辞

言うまでもないことですが、学問研究の世界には終点はありません。しかし、幾つかの「区切り」があることは事実であり、博士号の修得はその最も大きな「区切り」であることは明らかです。同時にそれは学校から課せられる(他律的な)「区切り」として、最後のものであり、今後は自ら課する「区切り」しかない世界へと三村さんは入っていくことになります。
研究者として独り立ちするということは、正に外から課せられる「区切り」がなくなり、自らの研究戦略のみを頼りに研究を進めることを覚悟することに他なりません。指導の役割を担った教官が長い時間と苦労をかけて博士号を修得した学生を見る心境は、さながら子供が独り立ちしていくのを見る親の気分に似ているかもしれません。

それでは、受けた指導を裏切ることなく、博士号という、いわば研究者としての独立宣言を手に入れたことを機に新たな活動に向け、若いエネルギ-を爆発させていただきたいと思います。

これからのご活躍を心から祈りつつ、私からの式辞とさせていただきます。

Monday, January 16, 2006

Adorazione

È commovente per me vedere come dappertutto nella Chiesa si stia risvegliando la gioia dell'adorazione eucaristica e si manifestino i suoi frutti. Nel periodo della riforma liturgica spesso la Messa e l'adorazione fuori di essa erano viste come in contrasto tra loro: il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato, secondo un’obiezione allora diffusa. Nell'esperienza di preghiera della Chiesa si è ormai manifestata la mancanza di senso di una tale contrapposizione. Già Agostino aveva detto: “… nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit;… peccemus non adorando - Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; … peccheremmo se non la adorassimo” (cfr Enarr. in Ps 98,9 CCL XXXIX 1385). Di fatto, non è che nell'Eucaristia riceviamo semplicemente una qualche cosa. Essa è l'incontro e l'unificazione di persone; la persona, però, che ci viene incontro e desidera unirsi a noi è il Figlio di Dio. Una tale unificazione può soltanto realizzarsi secondo le modalità dell'adorazione. Ricevere l'Eucaristia significa adorare Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola con Lui. Perciò, lo sviluppo dell'adorazione eucaristica, come ha preso forma nel corso del Medioevo, era la più coerente conseguenza dello stesso mistero eucaristico: soltanto nell'adorazione può maturare un'accoglienza profonda e vera. E proprio in questo atto personale di incontro col Signore matura poi anche la missione sociale che nell'Eucaristia è racchiusa e che vuole rompere le barriere non solo tra il Signore e noi, ma anche e soprattutto le barriere che ci separano gli uni dagli altri.

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVIALLA CURIA ROMANA IN OCCASIONE DELLA PRESENTAZIONE DEGLI AUGURI NATALIZI
Giovedì, 22 dicembre 2005

Coraggio!!

"La cosa che richiede piu' coraggio e' professare una fede vera malgrado le persone false che anch'esse la professano" (Bruce Marshall)

「偽善者たちも信奉している真の信仰を告白することは、 もっとも勇気のいることである」。

Galati 2:4 E questo proprio a causa dei falsi fratelli che si erano intromessi a spiare la libertà che abbiamo in Cristo Gesù, allo scopo di renderci schiavi.Galati 2:5 Ad essi però non cedemmo, per riguardo, neppure un istante, perché la verità del vangelo continuasse a rimanere salda tra di voi.

ガラテヤ2:4 潜り込んで来た偽の兄弟たちがいたのに、強制されなかったのです。彼らは、わたしたちを奴隷にしようとして、わたしたちがキリスト・イエスによって得ている自由を付けねらい、こっそり入り込んで来たのでした。 2:5 福音の真理が、あなたがたのもとにいつもとどまっているように、わたしたちは、片ときもそのような者たちに屈服して譲歩するようなことはしませんでした。

Wednesday, December 28, 2005

Individualismo ?

"Siamo proprio sicuri che esista un conflitto insanabile tra la soggettivita' del singolo e l'insieme della comunita'? E se fosse vero il contrario? Non potrebbe essere vero, cioe', che sono certe soggettivita' consistenti, a rendere forti e consistenti le comunita'?"

Angelo Arrighini, Il provinciale e il suo consiglio, TESTIMONI 20, 30 nov. 2005, p. 7.

Thursday, December 22, 2005

Christmas

The opposition to Christmas, I think, is rooted in the human will constantly being confronted by grace. And this grace implies that what we really want, what really makes us human, is not something that we can give to ourselves. Rather it is something that we must freely receive on its own terms. It is not, at bottom, something we can either take or leave, that will leave us as we were before. Rather it is something we must accept or reject.

Christmas: Sign of Contradiction, Season of Redemption Fr. James V. Schall, S.J. December 20, 2005
http://www.ignatiusinsight.com/

Wednesday, December 21, 2005

BUON NATALE 2005

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Luce, gioia, bonta' e pace.
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Ciao,

BUON NATALE e FELICE ANNO NUOVO!

[...] Si dice che il Natale e' bello come un sogno.
E' vero. Perche' ogni uomo e ogni donna sognano: luce,
gioia, bonta', pace.E il clima "da sogno" che questa festa
riesce ogni anno a creare con le luci, i presepi, gli alberi,
le strade e le vetrine illuminate, le musiche, lo scambio
di doni e di auguri, le cene in famiglia... e' un segno della
sintonia tra questa festa e il nostro sogno.
Molti sproloquiano contro queste manifestazioni esteriori.
Lasciamoli perdere! Sia perche' anche gli "arrabbiati",
poi, al panettone, al torrone e a tutto il resto non rinunciano;
sia perche' e' impossibile immaginare un Natale serioso e triste. [...]
C'e' chi fa dell'ironia sul fatto che a Natale "tutti siamo piu' buoni",
per poi aggiungere seriosamente che la cosa giusta e' essere
buoni sempre. Intanto, cerchiamo di essere piu' buoni a Natale
(buoni non in senso caramelloso e superficiale), perche' una volta
sola e' infinitamente piu'del niente. Uno piu' uno puo' arrivare
a mille. Zero piu' zero rimane sempre zero. Poi, il bene e' come il
panettone: se lo assaggi una volta, e' molto probabile che non ti fermi li'.[...]
Il Natale e' bello perche' ci tira fuori il meglio di noi stessi.
Non prendiamocela con il Natale perche' e' un solo giorno all'anno.
Cerchiamo di rivestire ogni giorno con la bellezza del Natale.

(*) tratto da 'La domenica ai box' di Tonino Lasconi

Dulcis in fundo: una poesia

“Al termine della strada, non c’e’ la strada, ma il traguardo.
Al termine della scalata, non c’e’ la scalata, ma la cima.
Al termine della notte, non c’e’ la notte, ma l’aurora
Al termine del’inverno, non c’e’ l’inverno ma la primavera
Al termine della morte, non c’e’ la morte, ma la vita.
Al termine della disperazione, non c’e’ la disperazione ma la speranza.
Al termine dell’umanita’, non c’e’ l’uomo ma l’Uomo-Dio.
Al termine dell’Avvento c’e’ il Natale.
(Paul Hascher  Oss. Rom. 11 nov. 2005)

道の終わりには、道はなく、目的地がある。
坂の終わりには、坂はなく、頂上がある。
夜の終わりには、夜はなく、曙がある。
冬の終わりには、冬はなく、春がある。
死の終わりには、死はなく、いのちがある。
絶望の終わりには、絶望はなく、希望がある。
人類の終わりには、人がいるのではなく、人神キリストがいる。
待降節の終わりには、クリスマスがある。
(Paul Hascher, Oss. Rom. 11 nov. 2005 孫引き、私訳)


BUON NATALE e FELICE ANNO NUOVO!
Con simpatia, Andrea

Tuesday, December 13, 2005

Diavolo

"Ein Teil von jener Kraft, / die stets das Boese will und stets das Gute schafft", cioè "una parte di quella forza, / che vuole sempre il male e opera sempre il bene".

Goethe, "Faust" (I, 3)

シ ン ポ ジ ウ ム

シ ン ポ ジ ウ ム
「キリスト教・イスラーム・儒教-諸宗教の出会い」  

「ヨーロッパ中世における宗教間理解の哲学的基礎」という共通の研究課題のもと、私たちはこれまで一年半にわたり研究活動を続けてきましたが、この春に開催したワークショップに引き続き、この度、研究メンバーである松本耿郎教授の勤務校 英知大学を会場にして、「キリスト教・イスラーム・儒教」というテーマでシンポジウムを開催することにしました。 研究発表者にはわれわれ研究グループのメンバーに加えて、英知大学のアンドレア・ボナツィ教授を講師にお迎えして、先生の長年の御研究の一端を話していただきます。 学部学生、大学院生のみならず、ご関心をお持ちの一般の方々にも自由にご参加いただけます。後半にはじっくりと質疑・討論のできる時間を設けていますので、ふるってご参加ください。

◆ 期日 2005年12月17日(土) 13時30分より17時30分まで

◆ 場所 英知大学 サピエンチア・タワー 4階 大学院演習室 1号〒661-8530兵庫県尼崎市若王寺2丁目18-1 (電話 06-6491-5000)

◆ 参加費 無料

◆ 主催 科学研究費補助金「ヨーロッパ中世における宗教間理解の哲学的基礎」研究グループ(代表者八巻和彦)

13時30分  八巻和彦 (早稲田大学) 「キリスト教とイスラームの出会い-先行研究に依拠しつつ」
14時00分  Andrea Bonazzi (英知大学) 「トマス・アクイナス著Summa Contra Gentilesに見る宗教寛容の根拠と姿勢」
14時30分 松本耿郎 (英知大学) 「馬復初の平和思想-イスラームにおける非暴力思想の可能性」
15時00分  矢内義顕 (早稲田大学) 「キリスト教とイスラーム-現代における対話の糸口」
15時30分~16時00分  休  憩 
16時00分~17時30分  討  論     

◆ 連絡先: 八巻和彦研究室 (E- Mail: yamaki@waseda.jp; Fax:03-5286-3921)

◆ 会場へのアクセスは下記をご参照ください:
http://www.sapientia.ac.jp/eichi/university/knows/access/access.html

Monday, November 14, 2005

Neotomismo e Suarezismo

Neotomismo e Suarezismo
Convegno in onore di Cornelio Fabro
Il giorno 7 novembre appena trascorso ha avuto luogo la Giornata di Studio su Neotomismo e Suarezismo in occasione della presentazione del Volume 4 delle Opere Complete http://www.corneliofabro.org/default.asp
i relatori affrontarono i problemi prettamente speculativi che stanno alla base del suddetto libro: «Francisco Suárez e Tommaso d’Aquino» a cura di P. Leopoldo Prieto, LC indicando nel pensiero di Suárez alcune delle radici della filosofia moderna; e la relazione di fondo sul tema centrale della metafisica «La distinzione reale di essentia et esse secondo C. Fabro» novità di San Tommaso, ripristinata dal Nostro, a cura del prof. Carmelo Pandolfi.
Con il titolo «Neotomismo e Suarezismo» la «Divus Thomas» di Piacenza pubblicava nell’anno 1941, una piccola opera di Cornelio Fabro riguardante una puntuale questione di esegesi del testo tomistico.
F. metteva a confronto i principî opposti del Tomismo e del Suarezismo (al dire di Fabro: «una delle forme più vistose dell’Antitomismo contemporaneo»). Il testo poi è stato incluso nel volume «Esegesi Tomistica», edito a Roma dalla Pontificia Università Lateranense nel 1969 (137-278), con alcune correzioni.
Ciò che diede avvio alla controversia fu l’articolo di P. Desqocs: «Sur la division de l’être en acte et en puissance selon S. Thomas» (Revue de Philosophie, 38 [1938] 410-429), nel quale si metteva in dubbio che la divisione dell’ente in atto e potenza fosse la tesi prima della filosofia tomista e si discuteva il parere di alcuni tomisti che ritenevano una sua conseguenza la tesi della composizione reale di «essenza» ed «esistenza» nell’ente finito. A sua volta l’articolo di P. Desqocs contestava alcuni testi di san Tommaso che i PP. Hugon e Mattiussi apportavano per spiegare la prima delle XXIV tesi del famoso Elenchus.
In realtà, per Fabro la discussione s’incentrava non solo sull’opposizione «Tomismo» e «Suarezismo», bensì sul problema centrale della filosofia cristiana e, si può dire, di ogni filosofia: la penetrazione della struttura ultima dell’ente finito. Concretamente, il nocciolo della controversia era di vedere se veramente san Tommaso avesse difeso o meno, una distinzione di composizione reale fra la essenza attuale e l’atto di essere nelle creature, come fra due principî che si trovano fra loro come potenza soggettiva e l’atto perfettivo corrispondente. Lo scopo della replica del Fabro era, dunque, di «mettere in chiaro e fuori di contestazione che (...) Tommaso d’Aquino, ha sostenuto che nelle creature la essenza o sostanza si distingue realmente dall’atto di essere che la attua, come se distinguono, in una concezione aristotelica della realtà, l’atto e la potenza rispettiva che riceve l’atto e lo sostenta» (p. 149). Ma questo non per una «pigra applicazione del binomio di atto e potenza, ma sul fondamento di appropriate discussioni, quali si convengono ad ogni problema e caso particolare» (p. 14).

Thursday, November 10, 2005

La piu' recente Cosmologia

Avvenire 8 nov 2005

Un concetto affascinante su cui matematici e teologi si confronteranno a Roma da domani. Il gesuita George Coyne: «L'universo è giovane e si espande, non ci sarà il Big Crunch»
Dal Big Bang all'infinito
Da Roma Luigi Dell'Aglio
«Ora conosciamo esattamente l'età dell'universo. Non sono un filosofo, sono uno scienziato. E dal punto di vista scientifico, dico che ora possiamo fornire un'accurata misura dell'età dell'universo: 13,7 miliardi di anni». E' l'età di un cosmo "giovanissimo", impegnato in un'espansione sempre più veloce e perciò infinito, spiega George Coyne, direttore della Specola vaticana, astrofisico e cosmologo. Domani pomeriggio interverrà al convegno su "L'Infinito nella scienza, nella filosofia e nella teologia" alla Pontificia Università Lateranense.Professor Coyne, come siete riusciti a calcolare l'età dell'universo?«Misurando la velocità con cui si espande, studiando le stelle e le galassie più lontane. I nostri punti di riferimento sono state le supernovae di tipo 1A, la cui immensa luminosità è uguale in tutto l'universo. Fanno da "candela standard", sono una specie di unità di misura dell'intensità luminosa. Se vediamo un lampione per la strada e ci troviamo a una certa distanza, riceviamo una certa energia. Se andiamo due volte più lontano la luce diminuisce di un quarto. Lo stesso accade con le "candela standard". Dalla luminosità della supernova deduco la grandissima distanza che ci separa da lei. Finora ne abbiamo misurate una settantina. E siamo arrivati alla conclusione che l'universo non solo si espande ma accelera di continuo la sua espansione».C'è un dato nuovo: da tempo si parlava di espansione, ma non in questi termini.«Sono le conclusioni cui è giunta la ricerca cosmologica negli ultimi due anni. E non è un dettaglio secondario. Come mai l'universo, nelle sue zone più remote, è in sempre più rapida fuga, se al suo interno ci sono le galassie, ci siamo noi, cioè c'è una grande quantità di massa che, per la legge di gravità, dovrebbe attirare e non spingere fuori (cioè dovrebbe frenare l'espansione del cosmo)? Non si conosce il perché del fenomeno e per spiegarlo si parla di energia oscura. Ma queste sono solo parole. Ch e cos'è l'energia che fa espandere l'universo? Per capirci, immaginiamo un'auto che da 80 chilometri l'ora accelera a 120 e poi a 180 chilometri l'ora e così via». Allora questo universo in corsa tende comunque a essere infinito.«Dato che l'espansione si accelera continuamente, l'universo non finirà mai. La cE poiché ciò che si concentra si riscalda e ciò che si espande si raffredda, il cosmo si espanderà fino al punto di diventare tanto freddo da non contenere più energia. La massima espansione lo porterà a un raffreddamento totale, alla temperatura dello zero assoluto». La cosmologia classica viene definitivamente smentita su questo punto. «Per Isaac Newton, in virtù della gravitazione universale, l'universo era statico. Anche Albert Einstein, in un primo tempo, la pensava così: l'universo né si espande né si condensa. Per mantenerlo stabile aveva fatto ricorso, anche lui, a una costante, nelle sue equazioni. Poi, quando nel 1931 l'abate Georges Lemaitre (l'autore della teoria del Big Bang) intuì e spiegò l'allontanamento delle galassie e l'espansione dell'universo, Einstein ammise: quella costante è stata il più grosso sbaglio della mia vita, le mie equazioni non permettevano un universo stabile, e io me lo sentivo…»".Quella di Lemaitre fu un'intuizione. Ora c'è la prova sperimentale.«E' stata misurata la velocità con la quale si allontanano le galassie e gli ammassi di galassie. E' stata calcolata in base allo spostamento verso il rosso delle righe dello spettro (il risultato della scomposizione del raggio di luce solare). Una galassia, più lontano sta, più è veloce nella sua fuga. Un fatto ormai sistematico. E l'infinito di cui ora possiamo parlare è un universo empirico, non teorico».Per la cosmologia, sempre accusata di essere puramente teorica, questa è una conquista.«Una conquista che porta con sé risposte. (Esempio: l'universo non collasserà. Il Big Crunch, il grande crollo, non ci sarà). Ma porta an che altre domande».L'universo è giovane o vecchio?«Giovanissimo. Secondo una stima, il raffreddamento finale dovrebbe avvenire fra un numero di anni che è pari a 10 alle ventesima potenza, cioè fra miliardi di miliardi di anni».In Internet tanti chiedono: che cosa c'era prima del Big Bang?«La gente ha sempre chiesto: cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Sant'Agostino rispondeva : prima della creazione, Dio creava l'inferno per coloro che fanno domande del genere. Voleva dire che prima della creazione, cioè del Big Bang, non c'erano né il tempo né lo spazio. Sono parametri nati con l'universo». Questo dato vale per la scienza come per la fede? «Sì, tutto comincia allora. Prima non c'era né un "quando" né un "dove". In questo, scienziato e credente si trovano d'accordo».Quali sono le prossime tappe della ricerca cosmologica?«Occorrono ulteriori verifiche. Bisognerà misurare un maggior numero di supernovae, Dal campione di una settantina, dobbiamo arrivare ad alcune centinaia». Questa spinta senza fine è suggestiva e anche un po' inquietante, per il profano. «Noi esseri umani siamo venuti fuori da un universo in espansione. E come finiremo? Come l'universo. Ma la fede ci dice che siamo immortali e alla fine risorgeremo anche noi come il Cristo. E sappiamo che sono molte le opportunità che ci hanno dato modo di cominciare ad esistere tra moltissimi processi falliti. Certo siamo contingenti rispetto a un universo in evoluzione ma senza di noi l'universo sarebbe stato molto diverso, senza vita e senza intelligenza». Il fatto che ci siamo significa qualche cosa, per gli scienziati?«In un universo compatibile con la vita, il principio antropico è verificato scientificamente: le costanti della natura sono state sintonizzate fra loro, perché entrasse in scena l'uomo. Le ragioni di fondo possono essere diverse, la fede ci dice che l'uomo è una creatura di Dio posta al centro dell'u niverso».La teoria dell'evoluzione contrasta con questa convinzione?«No. L'evoluzione è una teoria scientifica ben verificata. "Non è più una mera ipotesi", ha affermato Giovanni Paolo II. E Benedetto XVI, da cardinale, quando presiedeva la Commissione teologica internazionale, disse: "L'evoluzione neo-darwiniana è compatibile con la dottrina della Chiesa"».

Sunday, October 09, 2005

Sudoku

Nine numbers and 81 squares

Human beings are a famously diverse lot. We come in different colors and sizes, speak a Babel of tongues, worship a pantheon of gods or no god at all, eat our foods bland or spicy, vote or not, and are sorely divided over the value of poetry. But those distinctions pale compared to the big one: the gulf between those who enjoy parlor games and puzzles and those whose eyes glaze over at the very thought of such abstract mental diversions. If the talk of the day is to be believed, there are more of the former than the latter, and they are currently all buzzing around a single big honeypot: sudoku.
This deceptively simple-looking logic game used to be limited to Japan, even though it originated either in the United States in 1979, under the name Number Place, or in medieval Europe, where it was known as a Latin square.
However, Japanese were the ones who took to it and gave it the name -- sudoku, or "single number" -- under which it has won renown. (For the shut-ins who don't already know, sudoku features a nine-by-nine-square grid in which some of the spaces are filled in with digits from one to nine. The object is to fill in the blank squares so that each column, row and three-by-three grid contains all nine numbers just once. It is simpler, though not easier, than it sounds).
Throughout the 1980s and '90s, Japanese puzzle-lovers were busily chewing their pencils and scratching their heads over those deeply frustrating grids while the rest of the world still yawned over crossword puzzles or wasted their time exploding digital bombs on Minesweeper. Today, reportedly, there are more than 600,000 copies of sudoku magazines published in Japan alone every month.
It wasn't until November 2004 that a British expatriate who had stumbled across a Japanese sudoku book in Hong Kong persuaded the Times of London to start publishing the number puzzle and see what happened. It flared up like a match struck in oxygen. Times readers embraced sudoku so passionately that before long no self-respecting British newspaper could afford not to run a daily puzzle. By this year, the wildfire had spread around the globe, catching on even in its modern birthplace, the United States.
Scores, if not hundreds, of newspapers worldwide now feature the game, and puzzle books -- including guides such as "Sudoku for Dummies" -- have climbed global best-seller lists.
All this happened inside a year. Obviously, there was a vacuum waiting to be filled. Crosswords, while still popular, were past their heyday; how many young people do them? Rubik's Cube, perhaps the last big puzzle fad, seemed so '80s -- although when you think about it, sudoku is a kind of one-dimensional version of the maddening cube. Eventually, sudoku, too, will run its course, if only because the number of unique puzzles that can be generated is finite, though unimaginably enormous. More likely, people's interest in it will be exhausted long before the supply. But nothing is more certain than that some new whimsy will then take its place.
The question is: What is the vacuum, the mental need, that such pastimes fill? Naturally, the deep thinkers have weighed in. It's about diversion, the human need to be distracted from the emptiness, boredom and futility of everyday life, say the philosophers. The game gives people an illusion of meaning. No, say the psychologists, it's about the satisfaction to be derived from solving or completing something difficult. It gives people an illusion of competence or control.
No need to be so heavy, say sudoku fans. We do it for fun! As one wrote in Britain's Daily Mail newspaper in May: "There is no adding up, subtraction, multiplication or division in sudoku. You do not even need to know that two plus two equals four. But, boy, can it make your brain ache, your pulse race and knuckles whiten as you grip your pen in exasperation or, finally, ecstasy!"
On one level, there is no arguing with such enthusiasm. And yet there are many people -- a big chunk of humanity, in fact -- who cannot imagine anything less fun than torturing recalcitrant numbers into a grid. Different strokes for different folks.
Will Shortz, the Briton who talked the Times into adopting sudoku, recently explained the game's popularity this way: "It's got empty squares. If a puzzle person sees empty squares, he can't turn the page until he's filled them in." There's the key: puzzle people. You either are one or you're not. Perhaps nonpuzzle people are happier, less bored or just plain busier than puzzle people. Perhaps they were born without a puzzle gene. Perhaps they just dislike things that resemble cages.
What's very likely, however, is that they have a thing for poetry.
The Japan Times: Oct. 9, 2005

Saturday, September 24, 2005

Intelligent design

Albert Einstein was once quoted grappling with the same human experience: “We are in the position of a little child entering a huge library filled with books in many languages. The child knows someone must have written those books. It does not know how. It does not understand the languages in which they were written. The child dimly suspects a mysterious order in the arrangement of the books but doesn’t know what it is. That, it seems to me, is the attitude of even the most intelligent human being toward God. We see the universe marvelously arranged and obeying certain laws but only dimly understand these laws. Our limited minds grasp the mysterious force that moves the constellations.”

Friday, September 23, 2005

Circa il Conclave

Caro Severino,

ho letto anch’io, sulla pagina del Corriere questo resoconto del Conclave. Sul Corriere si dice che il diario verra’ pubblicato per esteso su “Limes”, una rivista che io non conosco.

Bisogna dire che sembra molto verosimile e i conti tornano, pero’ in assenza di ulteriori documentazioni io credo di poter mantenere dei grossi dubbi.
Primo, il segreto riguarda il prima, durante e dopo il Conclave, e non vale autoassolversi dicendo
che il dopo e’ meno grave, perche influisce di meno. Questo anonimo cardinale (se tale e’) non deve farsi illusioni, se il giuramento ha un senso, credo che fara meglio a perfezionare le sue conoscenze in merito all’aspetto morale dei giuramenti.
Secondo, se nonostante il giuramento un cardinale da in pasto alla stampa (a meno che non l’abbia dimenticato sul treno) una cosa del genere, anche a costo della salvezza della sua anima, deve avere dei motivi molto particolari, una specie di agenda politica. Dal che si puo desumere anche i suoi interessi…(cui prodest).
Terzo, c’e’ gente bravissima a scrivere romanzi che sembrano piu veri della realta’. Potrebbe trattarsi, quindi, non di un cardinale, ma di uno scrittore molto astuto che ha fatto bene i suoi calcoli, riuscendo cosi a costruire una nuova probabile ICONA ad uso e consumo dei cosiddetti cattolici progressisti (L’icona di Martini ormai e’ consunta), una specie di controaltare a papa Ratzinger, una bandiera dietro cui questi progressisti possono sentirsi giustificati per continuare a fare le loro battaglie (rimane da vedere se poi Bergoglio se la sentira’ di incarnare questa icona).
Certi giornalisti sanno essere molto scaltri, e se volevano un qualcosa per far diminuire (anche se di poco) agli occhi di certa gente la autorevolezza del papa attuale, questo diario sembra fatto apposta. In un paese come l’Italia in cui tutto viene politicizzato, anche la carta igienica, e’ difficile pensare che il papa la passi liscia. La gente ha sempre bisogno di credere in qualcosa, ma alla fine e’ alle persone che si finisce per credere. Che credenziali ha un cardinale che non ha il coraggio di uscire dall’anonimato? e chi e’ questo Lucio Brunelli? Non so! Chi vuol credere a costoro, faccia pure. Per quanto mi riguarda io conservo i miei dubbi.

Politicizzazione

(Corsera, venerdi 23 settembre 2005, p. 57)

Curioso . Dichiari che la triste malattia nazionale è la pervasività della politica e tutti si mettono a discutere quello che hai detto in termini politici! Sembra proprio che la politica sia l’unica cosa a cui i miei connazionali si appassionano o fingono di appassionarsi. E va bene. Restiamo per un momento sul terreno della politica. La nostra cultura ne è impregnata così tanto da avere una irresistibile tendenza a derealizzare qualsiasi argomento di discussione, trasformando le posizioni individuali in sintomi, effetti, riposizionamenti, segnali da decifrare. Il critico diventa un sottile politologo. Nell’intervista al Corriere del 14 settembre ho solo tentato di applicare in modo paradossale il bipolarismo alla nostra narrativa, ma al preciso scopo di liberarcene! Giocando con le categorie destra-sinistra volevo renderle inutilizzabili - al di fuori di un loro uso proprio - e scompaginare schieramenti letterari troppo convenzionali (probabilmente i romanzi italiani davvero inquieti, capaci di interrogare criticamente il presente, non vanno cercati là dove la collocazione politica dei loro autori ci spingerebbe a farlo). Qualcuno poi ha voluto proporre un teorema suggestivo ma dalle conseguenze devastanti: è legittimo esporre solo quelle idee che comportano gravi rischi personali. Applicato alla lettera ridurrebbe l’intera chiacchiera culturale nel nostro Paese a un imbarazzato silenzio. Non è tempo di rischi eroici né di scelte ineluttabili, e il coraggio fisico - salvo rare eccezioni - si ha occasione di provarlo solo negli sport estremi... La frase incriminata della mia intervista («sono anticomunista») va letta per intero («sono anticomunista e il capitalismo mi fa più orrore di prima»). Non l’ho pronunciata solo per l’ovvietà che ai comunisti il capitalismo non fa orrore per niente, e anzi ne condividono troppe cose. Né pensavo minimamente di compiere un gesto esemplare. Ma perché sono convinto che nel nostro Paese il comunismo rappresenti ancora una mitologia invadente, con la assurda pretesa di essere il pensiero unico della sinistra radicale. Mentre altri filoni di pensiero, anche limitandoci al ’900, nella critica dell’esistente ci appaiono assai più immaginativi e oltranzisti. Il fatto è che oggi il comunismo è vissuto perlopiù come fatto estetico, una elegante retorica capace, tra l’altro, di regalare una patina eccitante di estremismo. Ma il vero problema parafrasando Nicola Chiaromonte, è un altro: si esibiscono idee senza però le ragioni per averle. Ci si può impunemente dichiarare, che so, pacifisti, anche se i propri livelli di vita e di consumo spingono fatalmente verso guerre di conquista... E qui allora vorrei riaffermare il primato della letteratura sulla politica: non solo perché non aspira a controllare eventi e persone, ma perché ci mostra esattamente la relazione, in una esistenza concreta, tra le idee e le loro ragioni.
Filippo La Porta

Friday, September 16, 2005

Della dissimulazione onesta

Corsera 16 settembre 2005-09-16

Vale rifarsi a quel gioiello di profezia che è Della dissimulazione onesta del Torquato Accetto: l’arte della dissimulazione, quando non si identifica con la volgare menzogna, può essere un’arma preziosa per difendersi dall’oppressione dei potenti. A ben vedere, i nostri tempi sono simili al secolo di teatrali bugiardi che è il Seicento. Questi bugiardi sono le scorie della politica, infiltrate nella società. Il bersaglio. Viviamo in un Seicento «al finger sempre pronto e nell’ingannare accorto»: con Jago, falsario dell’amicizia, Don Giovanni, falsario dell’amore, Tartufo, falsario della devozione. «Io non sono quel che sono» proclama Jago, gran fabbro di calunnie. Coscienze instabili; lacerate se oneste; altrimenti tenebrose, vischiose e gaglioffe: «biecamente impaludate e avvolpinate, tra furberie e attentati». L’Accetto, che sensitivo. Ma, se questo fosse il bersaglio di un vero impegno, bisognerebbe affrontarlo senza arabescate formule anche nella vita delle ideologie. Per il resto, siamo ottimisti. Per l’eterosessualità in regresso, abbiamo le Miss Italia. Per lo sconcerto della letteratura, abbiamo i Festival di Mantova.
Alberto Bevilacqua

Lo scopo di un agire ne determina infatti l’essenza.

Emanuele Severino, Corsera 16 settembre 2005-09-16

U n popolo che non voglia vivere in sogno deve guardare l’intera configurazione storica del presente e, se vuole capirne il senso, deve decifrare il passato e il futuro del Pianeta. Per questo, sono d’accordo con Tommaso Padoa-Schioppa, che sul Corriere di domenica si augura che prenda piede «una disincantata osservazione delle tendenze di lungo periodo operanti nell’economia mondiale e nelle nostre società». Ma, se questo disincanto vuol esser radicale, è indispensabile introdurre un fattore ulteriore e decisivo, col quale debbono fare i conti gli individui e le diverse forme economico-sociali, quelle religiose comprese. Intendo riferirmi alla tecnica , guidata dalla scienza moderna. Proprio per questo, intendo riferirmi alla filosofia del nostro tempo, che, adeguatamente intesa, mostra l’inesistenza di ogni limite assoluto che la tecnica non possa oltrepassare - sì che i limiti dell’agire umano sono dati dal diritto «positivo» (cioè «posto», creato dall’uomo) e non da quello «naturale» (da ultimo, di ascendenza divina).
Capitalismo, democrazia, Cristianesimo, Islam, comunismo, nazionalismo (e anche le degenerazioni di queste categorie, come ad esempio il terrorismo islamico o la mafia) sono le forze che oggi si servono della tecnica per prevalere le une sulle altre - e ogni forma economico-sociale si inscrive in esse. Poiché la tecnica è ormai lo Strumento insostituibile per realizzare scopi, ognuna di queste forze evita di ostacolare le prestazioni di tale Strumento, ma anzi mira a rafforzarne sempre di più la potenza. Quando ciò accade - lo vado rilevando da decenni - queste forze finiscono col perdere di vista lo scopo che le caratterizza (ad esempio, per la democrazia lo scopo caratterizzante è la realizzazione di un mondo democratico), e finiscono con l’assumere come scopo il crescente potenziamento dello Strumento-tecnica. Finiscono cioè col diventare qualcosa di essenzialmente diverso da ciò che esse vogliono essere.
Lo scopo di un agire ne determina infatti l’essenza. Il mangiare che è presente nel mangiare per vivere è qualcosa di essenzialmente diverso dal mangiare che è presente nel vivere per mangiare. La democrazia che ha come scopo un mondo democratico è essenzialmente diversa dalla democrazia che, per prevalere, assume come scopo il crescente potenziamento dello Strumento che dovrebbe realizzare quel mondo. Lo stesso si dica del capitalismo, dell’Islam, del Cristianesimo, eccetera. La fondamentale «tendenza di lungo periodo» è appunto questo rovesciamento, dove lo Strumento diventa lo Scopo.
«Il futuro è aperto», cioè «più di un futuro può scaturire da uno stesso presente» - scrive Padoa-Schioppa. È una delle affermazioni centrali della filosofia del nostro tempo. Ma se non si sa come evitare il «rovesciamento» di cui ho parlato qui sopra, allora il futuro è notevolmente meno aperto. Questa conclusione può essere ulteriormente rafforzata. Mi limito ad una sola indicazione.
Ogni strumento si logora. Finisce con l’essere distrutto e sostituito.
Si logora, appunto, per realizzare ciò che deve logorarsi il meno possibile, cioè lo scopo dell’agire che si serve di tale strumento. Le forze sopra nominate, che intendono servirsi della tecnica per realizzare gli scopi da cui esse sono caratterizzate, non possono quindi non logorare la tecnica, assunta nel suo insieme come semplice strumento.
Nel suo insieme, la tecnica non è infatti una macchina tra le altre, e quindi sostituibile. Nel suo insieme, la tecnica non è oggi sostituibile da uno strumento più efficace. Quindi il suo logoramento riduce la capacità di realizzare gli scopi delle forze che della tecnica intendono servirsi. Tra mezzo e fine non c’è solidarietà, ma contraddizione. Appunto perché il mezzo, per rendere stabile il fine, deve logorarsi, e logorandosi determina l’instabilità del fine. Accade così che capitalismo, democrazia, Cristianesimo, Islam, eccetera, per rendere stabili i loro scopi, provvedano a logorare il meno possibile lo Strumento tecnica. Ma quando ciò accade, il loro scopo autentico non è più quello che esse credono di realizzare, ma è il logoramento minimo dello Strumento, e cioè, daccapo è il potenziamento crescente di tale Strumento. Sia «a destra» sia «a sinistra» si crede che le forze di cui abbiamo parlato, e persino gli individui e i gruppi sociali, abbiano la capacità di controllare la tecnica, cioè di servirsene come semplice mezzo. E mi sembra che anche Padoa-Schioppa condivida questa tesi. Ma, per reggersi, questa tesi non deve fare i conti con le considerazioni di sopra sviluppate? Certo, esse sono solo un cenno. D’altra parte, alle obiezioni che si possono loro rivolgere, già da tempo ho altrove risposto.